L’assunto di partenza è intrigante. Che cosa è l’amore se non un’operazione finanziaria con l’unica differenza che, al posto delle risorse monetarie, si investono sentimenti, nella fattispecie amore e affetti, oltre che una quota più o meno importante di avvenenza fisica, capitale deperibile nel tempo, quindi da mettere sul mercato prima che si svaluti troppo? Un trasferimento di valore contro la promessa, o magari è sufficiente l’aspettativa, di ottenere nel tempo un rendimento che faccia fruttare il capitale iniziale. Non si tratta necessariamente di una valutazione cinica, in fin dei conti una operazione di questo genere non è per forza un gioco a somma zero, dove se guadagna qualcuno, qualcun altro perde. Questo renderebbe l’investimento magari profittevole, ma di breve durata. L’amore perfetto è un gioco a somma positiva, win-win, e questo esito è spesso legato al fatto che i contraenti dello scambio mettono in campo valori, quindi sentimenti, interessi e attese diverse, in modo che quella che Adam Smith chiama la mano invisibile del mercato li possa riequilibrare per generare un profitto reciproco. Nel caso di una donna seducente come Dakota Johnson, che decide di investire il suo capitale di amore e bellezza su un ricco signore – per altro non da buttare via perché, sul prezzo, il tipo sfoggia anche il fascino di latin lover di Pedro Pascal – ci può essere l’attesa che venga gratificato il proprio bisogno di sicurezza, di agio e il desiderio di promozione sociale, dall’altro lato l’investimento corrispettivo della controparte benestante può puntare sull’esibizione in società di una donna trofeo, sul sesso appagante e, non ultimo, sul senso di rassicurazione circa le proprie qualità – spirituale e fisiche -che tenga a bada, o quanto meno mascheri, fragilità nascoste.
Dakota Johnson è Lucy, una dinamica e intraprendente agente di una compagnia combina-matrimoni. Stanchi di surfare nei siti di incontro, individui facoltosi, di sesso o orientamento sessuale indifferente, si affidano a professionisti navigati per trovare l’anima gemella. Basta riempire un questionario: età, misure fisiche, professione, abitudini, preferenze e hobby, desideri e idiosincrasie e soprattutto reddito percepito, specificare le proprie richieste e ci penserà l’agenzia a trovare la combinazione ideale. Lucy è molto brava, sa essere un po’ un agente immobiliare, un po’ l’analista e il confessore, un po’ la confidente e l’amica dei suoi assistiti, ma nel tempo libero, scarso, si guarda anche lei intorno per investire il suo non indifferente capitale di avvenenza fisica e trova così Harry (Pedro Pascal) un potenziale cliente, più interessato, all’agente che alla agenzia. Siamo nel pieno di una schermaglia fra i due al matrimonio del fratello di Harry che compare il terzo vertice del triangolo, lo scultoreo John, Chris Evans che, dismessi i panni di Capitan America, è qui una vecchia fiamma di Lucy, squattrinato attore teatrale bohémien e cameriere avventizio della ditta di catering. Come dire, fatto salvo il fisico da supereroe, un junk bond sul mercato disilluso dell’amore post-modern che Cecile Song ha allestito. Proprio per questo, se si fosse in un filmino Netflix, sempre in tema di investimenti, non si sarebbe a questo punto puntato un euro sul povero Pedro Pascal. Con Cecile Song alla sceneggiatura e la corazzata indie dell’A24 alle spalle ci si poteva aspettare magari qualcosa di diverso, o almeno qualche spregiudicata variazione sul tema. Niente di tutto questo, purtroppo. Per carità, Song si conferma una regista talentuosa, brava nel curare certi dettagli come il contrappunto fra i primi piani del campo e controcampo nei dialoghi fra Lucy e Harry e i campi lunghi che spezzano l’isolamento degli amanti, immergendoli in un contesto cool e artificiale che smussa l’apparente autenticità delle loro parole. O come quando indugia su certi sguardi furtivi di Lucy di apprezzamento monetario dell’ambiente e della mobilia, mentre sta baciando Harry, per la prima volta nella casa di lui. E mantiene la barra dritta sulla scrittura dei dialoghi, sempre improntati all’ottica del rendiconto finanziario: “fatti i tuoi conti” è il refrain che sostituisce il più consueto “mi ami?” “ti amo” “ma quanto mi ami?”. Ma uscendo dal cinema non si potrà non provare nostalgia per la grazia con cui la regista aveva saputo tratteggiare con lieve malinconia sentimenti sfumati e situazioni sospese nel precedente Past Lives. Qui la cura della messa in scena si riduce a soluzioni formali che presto vengono a noia e risultano una pudica copertura dello slittamento sul falso piano della commedia sdolcinata, seguendo uno schema che possiamo riconoscere ormai quasi come un marchio di fabbrica per l’A24, perché l’abbiamo già visto operante, in modo in verità più convincente, in Anora di Sean Backer e in The Drama di Kristofer Borgli e con accenti più furbastri Marty Supreme di Josh Safdie. Si prende il tema classico dell’amor omnia vincit, lo si fa a pezzi cinicamente, per poi recuperarlo nella capriola finale dell’happy end, protetto dalla foglia di fico dell’ironia disincantata. Anche Cecile Song si accoda. Senza eccessive sbavature, ma anche senza grandi novità. Senza grandi, e neppure piccole, invenzioni.
