Chi non ha sognato almeno una volta nella vita di poter assistere al proprio funerale? Vedere la commozione dei presenti, le lacrime dei congiunti e degli amici, la commozione generale, nella sicurezza però che tutto questo effettivamente accada e non si scopra invece una frettolosa indifferenza?
In Giappone si può. Basta rivolgersi ad un’apposita agenzia che organizza il tuo funerale, ma potrebbe anche mettere in scena un finto matrimonio etero per rassicurare i parenti ed evitare che scoprano imbarazzanti preferenze omosessuali della propria prole o ancora rinverdire la fama di un attore dimenticato proponendogli una lunga intervista farlocca e, perché no, rintracciare un padre e un marito svanito nel nulla per completare il bel quadretto di una famiglia perfetta e ottenere un alto punteggio per l’iscrizione di una bambina ad una scuola d’élite.
Phllip Vandeploeg è un attore americano esiliato da anni in Giappone. La sceneggiatura sorvola sulle motivazioni che l’hanno portato nel Paese del Sol Levante, né spiega perché l’uomo insista a cercare di sfondare nell’industria dello spettacolo nipponica, sempre più dimenticato, sempre più relegato a ridicole marchette in pacchiane pubblicità. Sottolinea però bene, fin dalle prime inquadrature, il suo malessere, la sua solitudine, il suo essere costantemente fuori luogo, intempestivo. Fuori scala. Anche perché Phillip porta in giro per metropolitane e incroci affollati il corpaccione ingombrante di Brendan Fraser di diverse spanne più alto e grosso del giapponese medio e il contrasto fra la sua mole imponente, smarrita nel via vai di una Tokyo frenetica, e la sua invisibilità alle frotte di passanti che sfrecciano indaffarati e indifferenti al suo fianco rivela simbolicamente la sua progressiva condanna all’insignificanza. Phillip sta smarrendo se stesso e il fatto che siano oscuri i motivi che lo trattengono in un mondo che risulta sempre più freddo e alieno dove, nonostante tutti i suoi sforzi per integrarsi, rimane comunque “gaijin” (straniero), contribuisce ad evidenziare la sua condizione di estraneità, ormai anche a se stesso. La sera, dal suo squallido miniappartamento incastonato in un grande palazzone, Phillip guarda con amarezza la vita che scorre tranquilla negli altri appartamenti, una vita da cui si sente irrimediabilmente escluso.
Poi Phillip ottiene un’offerta di lavoro inaspettata. Non si tratta di una parte in una fiction, ma di collaborare con una agenzia che mette in affitto finti parenti o personaggi fasulli per ogni ruolo che una clientela esigente voglia mettere in scena. Phillip all’inizio nicchia, alla sua etica professionale ripugna l’inganno che sottende tutta l’operazione, ma, in fin dei conti, non è la recitazione un consapevole e accondiscendente inganno? Non fingiamo noi tutti di credere che il re di Danimarca sia stato ucciso dal fratello e il principe Amleto lo voglia vendicare o che il proprietario di un locale chic a Casablanca dica addio, in un aeroporto immerso nella nebbia, alla donna della sua vita? Se i committenti sono consapevoli e consenzienti nel crearsi un mondo fittizio, più affascinante, più confortevole o semplicemente più utile della banale realtà di ogni giorno e coloro che sono all’oscuro della menzogna rimarranno comunque all’oscuro, ma da questa bugia bianca, da questa simulazione benevola otterranno consolazione e sollievo, perché negarla? Quali vantaggi offre la cruda realtà, l’autenticità scabra sull’innocua, indulgente, accomodante finzione? Sono belle domande che il film di Hikari lascia per un po’ aleggiare nell’aria mentre, in modo prima maldestro, poi con sempre maggior convinzione e partecipazione Phillip si cala nei suoi nuovi ruoli dando alla regia l’opportunità di giocare sulla goffaggine gentile di Fraser in siparietti divertenti. Anche perché Phillip scopre a poco a poco un vero talento in questa nuova professione, forse proprio perché non è un bravo attore. Quando recita si mostra inadeguato e poco credibile, ma se si immedesima empaticamente nei ruoli che svolge oltre che convincere i suoi interlocutori, sembra guarire la sua solitudine. Il vuoto che lo abita si riempie di affetto per una bimba che vuole disperatamente incontrare un padre che non aveva mai conosciuto o per un vecchio alla ricerca del suo passato. Ma se Phillip ritrova se stesso è il film di Haikari che si perde. O meglio, quasi spaventato dagli interrogativi inquietanti che aveva evocato, li lascia svanire per prendere la via facile di un sentimentalismo più sdolcinato che tenero. Ne risente anche la coerenza dell’insieme perché, per convergere verso un’irenica conclusione, anche le tensioni fra realtà e finzione così come sono rapidamente svelate per non lasciare dubbi sull’onestà del protagonista e sulla “indiscutibile” superiorità della verità sulla apparenza ingannevole, vengono troppo sbrigativamente risolte, senza lasciare fratture e vittime.
Malinconico e garbato, punteggiato da una lieve ironia nei momenti migliori, piacevole nella fotografia della grande città dinamica e tentacolare, anche se un po’ compiaciuto nell’estetica patinata di un Giappone prevedibilmente ipermoderno ed esotico, il film di Haikari comunque non sbraca del tutto nella melassa stucchevole grazie soprattutto alla bonomia impacciata e alla umanità mite di Fraser che riesce a rendere credibili, o quanto meno non troppo improbabili, anche i momenti più imbarazzanti. Nell’ultima sequenza Phillip scopre all’interno di un tempio scintoista, dove si recava con un vecchio attore con cui aveva stretto una profonda amicizia, uno specchio che riflette la sua immagine sorridente e commossa, richiudendo così il cerchio della riconquista di sé. Peccato che lo specchio come Shintai, corpo del Kami – trattenga in sé, per la religiosità shinto, la divinità e ne costituisca il tramite trasparente, del tutto avulso da ogni forma di soggettivizzazione individualistica, propria della sensibilità occidentale. Un altro fraintendimento. C’è poco da fare, Phillip, e noi tutti spettatori, rimaniamo comunque gaijin.
