The Apprentice

Facciamo un esperimento mentale. Pensiamo ad un marziano che scende con il suo disco volante sulla terra e decide per prima cosa di andare al cinema a vedere The Apprentice. In questo caso riconoscerebbe subito di trovarsi di fronte ad un classico romanzo di formazione (facciamo che il nostro marziano sia un appassionato lettore di Jane Austen). Un giovanotto di belle speranze (Sebastian Stan), mediamente frustrato, sottovalutato da un genitore arcigno, preoccupato tanto del suo futuro di imprenditore di successo quanto della sua pettinatura che ritocca con cura ogni specchietto d’auto che incontra, si imbatte in una sorta di creatura infernale, un omino spietato con lo sguardo da serpente che per decisione imperscrutabile sceglie il giovane ingenuotto come suo discepolo, lo introduce alla sua corte di sinistri figuri e, prendendolo sotto la sua ala protettrice, senza chiedergli l’anima in cambio, come un qualsiasi Mefistofele che si rispetti, lo inizia agli arcani del potere: attacca e colpisci sempre per primo, senza pietà; nega sempre, anche l’evidenza se ti è avversa, la verità non esiste e tutto può essere manipolato, quindi, di conseguenza, non ammettere mai in nessun caso di essere stato sconfitto. Ora al nostro marziano a questo punto sfuggirebbero gli ammiccanti (un po’ troppo ammiccanti, a dire il vero) riferimenti alla futura carriera politica del ragazzone, ma gli sfuggirebbe anche la cosa più interessante. Il fatto che la diabolica lezione dell’angelo del male, al secolo Roy Cohn, eminenza grigia della reazione americana dal maccartismo a Regan, uno straordinario Jeremy Strong, si intreccia e si confonde ambiguamente con una stagione per converso irenica e ironica del pensiero del tardo ‘900. Più o meno negli stessi anni in cui Cohn ammaestrava il giovane Trump, Lyotard scriveva la Condizione postmoderna, un libricino che catalizzava una nebulosa di idee che sarebbero diventate la vulgata di un sentire comune fra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Nell’ultimo scorcio del ‘900 sono entrati in crisi i grandi discorsi di legittimazione del sapere e della verità che hanno contraddistinto l’età moderna: l’illuminismo, l’idealismo e il marxismo, in quanto si è disvelata la loro natura di “narrazioni”: non visioni oggettive della realtà, ma racconti che inquadrano da una certa prospettiva un’apparenza mobile, sfuggente, inafferrabile proprio perché inseparabile dalle “narrazioni” che la descrivono. Le conseguenze di questa rivelazione sarebbero sembrate per anni foriere di leggerezza, grazia ed emancipazione. Liberati dal fardello della verità, che da sempre ha voluto imporsi con la sua autorità oppressiva, le diverse voci che s’intrecciano nella conversazione planetaria, le diverse e cangianti interpretazioni del mondo, poste tutte sullo stesso piano, avrebbero potuto piacevolmente conversare fra loro, senza pretendere di imporsi l’una sulle altre perché ciascuna consapevole della propria parzialità. Così almeno sulla carta. Viceversa, Cohn e il suo pupillo avevano compreso benissimo quali straordinarie opportunità di manipolazione e strumentalizzazione della realtà venivano offerte da questa nuova sensibilità. Come già il Callicle di Platone duemila anni fa aveva capito, senza l’orpello della verità, erano la pura forza, la pura volontà di potenza e di dominio a prevalere.

Ecco, al marziano sarebbe sfuggito tutto questo, ma a dire il vero anche lo spettatore normale farebbe fatica a riannodare questi fili, perché Abbasi perde di vista il contesto, concentrandosi purtroppo solo sul personaggio di cui subisce, è difficile negarlo, una oscura fascinazione. E nel raccontare questa storia, tanto è suggestivo nella ricostruzione dell’immagine, che riprende, seguendo la scalata del potere del palazzinaro Trump, la grana sporca dei 16 mm del cinema degli anni ’70 con evidenti echi scorsesiani, virandola poi nello splendore patinato VHS degli anni ’80, di euforia reganiana, tanto è reticente ed evasivo su alcuni snodi importanti della narrazione. Non si capisce bene perché Cohn decida di occuparsi di questo giovane piuttosto insulso e sprovveduto. C’è una scena di seduzione indiretta, gli sguardi dell’avvocato di grido e di Donnie che si incrociano fra i tavoli di un club alla moda, dove Cohn era signore indiscusso e Trump un parvenu impacciato, ma rimane oscuro il motivo che spinge l’anima nera del potere americano del tempo a diventare il padre spirituale del ragazzone. Così come è piuttosto sbrigativo il passaggio dall’ammirazione adorante del giovane, alla sufficienza con cui l’imprenditore, che sta toccando con mano il successo, liquida il suo tutore. E quando passa in secondo piano l’ambiguo rapporto fra il Pigmalione e la sua creatura che si emancipa, succhiando quasi la linfa vitale dal suo mentore che diviene via, via più rigido e rinsecchito, il film perde un po’ alla volta ritmo e attrazione, trasformandosi nella celebrazione indiretta del trionfo della volontà. Il Trump di Abbasi è quello che Ortega y Gasset descriverebbe come un eroe, colui che non si accontenta della realtà così com’è, colui che vuole, fortissimamente vuole, che i suoi sogni prendano corpo contro le resistenze del mondo e non si perita di compiere nessuna efferatezza per concretizzare i suoi disegni. E Donald, animato dalla stessa legge del cuore e dal delirio della presunzione di Don Chisciotte, vince contro i suoi mulini a vento, costruisce il suo impero immobiliare e pazienza che questo poggi su debiti, inganni e soprusi. Per cercare di compensare e sabotare l’epicità di questo percorso, Abbasi abbonda in particolari sordidi – l’insensibilità praticata come un sofferto esercizio spirituale davanti alla morte del fratello, lo stupro della moglie, la brutale e sciagurata ingratitudine nei confronti del suo maestro morente– ma in ultima analisi questi inserti, che dovrebbero sottolineare la meschinità del personaggio, appaiono come conferme indirette dello stesso assunto di partenza come lo sono ad esempio le raccapriccianti sequenze degli interventi estetici– filmate con dovizia di particolari – a cui si sottopone Trump che, esaltando la vittoria dello spirito sulla carne, piega il suo corpaccione recalcitrante alla sua volontà, facendo sparire grasso e calvizie. Si viene così a creare un inquietante corto circuito (che sarebbe sfuggito al nostro marziano) fra la dissacrazione della resistibile ascesa di Trump e la sua beatificazione nel mito come quando il vecchio tycoon, sfiorato dalla pallottola dell’attentatore a Butler, prontamente si rialza sanguinante levando il pugno contro il mondo. Ma il problema non è certo quello di un film che volendo essere critico, rischia di essere apologetico. Di tutte queste cose il nostro marziano non avrebbe capito un acca, mentre si sarebbe reso conto, forse fra uno sbadiglio e un altro, che il Trump descritto da Abbasi è drammaturgicamente poco interessante. Concentrando la duplicità del personaggio nel passaggio fra il candido e giovane Donnie, che chiede perplesso al suo mefistofelico precettore se ricattare i testimoni in un processo e falsificare le prove è legale, e l’arrogante narcisista mentitore seriale ed egocentrico ossessivo del successo, il regista disegna del suo personaggio un quadro a tutto tondo, senza sfaccettature e ambiguità. Se il Trump di Abbasi è un eroe, non è però certo un eroe tragico come Charles Foster Kane di Quarto potere, manca l’attrito con la realtà, dissolta nella fantasmagoria del suo delirio di onnipotenza che la regia (e bisogna dire buona parte dell’America) asseconda. Ma forse l’assenza di tragedia è propria dei nostri tempi terribili, ma meschini, e probabilmente il Trump di Abbasi, merito indiretto del regista, assomiglia effettivamente al Trump reale: un personaggio che sta per riconquistare l’America, ma, in vero, anche lui poco interessante, prigioniero della sua immagine unidimensionale, dove caricatura e mito si scambiano pigramente di posto.

 

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