Una battaglia dopo l’altra

Rivoluzione
Esterno notte. Una donna di colore, dal fisico prorompente di Teyana Taylor, si aggira nervosa su una rampa d’autostrada guardando verso il basso. Nel controcampo appare una sorta di lager per immigrati clandestini, recintato da transenne e filo spinato. Un attimo dopo i ribelli scardinano le difese, entrano nello spazio protetto, liberano i prigionieri incarcerando le guardie, tutto ad un ritmo scatenato, segnato dai bagliori nella notte di fuochi pirotecnici che celebrano la vittoria della rivolta. La rivoluzione dei French75 – il gruppo di guerriglieri in azione in un America repressiva e ossessionata dal problema dei migranti – non punta alla conquista del palazzo d’inverno, non vuole impossessarsi del potere, ma è anarchica e dispersa: morde e fugge, disarticola, rapina, sabota, semina caos, è esaltata e convulsa come il modo in cui la filma Anderson, spezzando le sequenze in un montaggio sincopato e febbrile. È eversione ed assieme eccesso come la sua leader Perfidia Beverly Hills (fantastici i nomi dei personaggi di questo film, ma ci ritorneremo), una frenesia rivoluzionaria che è anche erotica: Perfidia pretende che il suo uomo, Ghetto Pat (un Di Caprio sempre più bravo, sempre, in questo film, più in affanno ad inseguire qualcuno o qualcosa) la scopi mentre esplode un traliccio dell’alta tensione e lotta e sesso sono costantemente mescolati: l’una rilancia l’eccitazione dell’altro. Ma Bataille ha insegnato che l’erotismo è per sua natura pervertitore, qui capace anche di sovvertire la stessa sovversione. La polarità amico-nemico, la contrapposizione radicale, può essere scardinata dall’attrazione repulsiva per la mostruosità dell’altro. Perfidia è perfidamente attratta dal grottesco colonnello Lockjaw (un San Penn totalmente a suo agio in una parte da bastardo ributtante), una via di mezzo fra l’idea platonica del suprematista bianco torvo, sprezzante, forgiato nell’acciaio e, con le sue t-shirt iper-attillate, l’unico gay del villaggio nella gag spudoratamente politically incorrect della mai abbastanza rimpianta Little Britain. La loro relazione sadomasochistica che si basa, avrebbe detto Marcuse, sulla desublimazione repressiva di Lockjaw, sottomesso alla maîtresse autoritaria in un rovesciamento perverso del sadismo che esercita sulle sue vittime, avrà conseguenze ancora più profonde dello smantellamento del gruppo clandestino dopo l’arresto di Perfidia che diviene, per ricatto o forse per fascinazione dell’orrido, informatrice della polizia.

Resistenza
16 anni dopo, Ghetto Pat, scappato con la figlia che presume di aver avuto da Perfidia alle retate della polizia si è sepolto a Baktan Cross, in una provincia sperduta. Ora si chiama Bob Ferguson è abbruttito dall’erba e dall’alcol, dell’impeto rivoluzionario del passato gli rimane solo la visione alla tv della Battaglia di Algeri e ha come unica missione la protezione della giovane Willa che tiene separata dal mondo: la sola sedicenne americana senza smartphone perché i cellulari, sempre a rischio di intercettazione, sono banditi dalla casa di Bob. Ma le precauzioni dell’uomo non sono sufficienti per sfuggire alla caccia di Lockjaw. Il colonnello, dopo aver ricevuto una decorazione ispirata al generale Nathan Bedford Forrest (primo Grand Wizard del Ku Klux Klan, giusto per capire di che America sta parlando Anderson) per ingraziarsi un ignobile gruppo di cultori della razza ariana (i fenomenali Pionieri del Natale) in cui spera di essere eletto e per altri suoi turpi motivi, vuole finire il lavoro annientando gli ultimi resti del vecchio gruppo di ribelli, e sul prezzo, smantellare un circuito di immigrazione clandestina a Baktan Cross.
È l’innesco della seconda sezione del film. Cambia lo stile che diventa più liquido: le riprese si dilatano, i piani sequenza diventano labirintici seppur in un identico scenario di guerra civile. Di Caprio sprofonda in un tunnel oscuro, saturo di gas per rinascere quasi vomitato da questa cavità in una città assediata dalle truppe in assetto di guerra di Lockjaw , sorta di esercito dI terminator ipermuscolosi e tecnologici a cui si oppone la resistenza liquida e sfuggente coordinata da Sergio St.Carlos – sensei di karate di Willa, un Benicio del Toro, che aiuta disinteressatamente gli immigrati a scampare alla persecuzione della polizia, dalla calma compassata di un maestro zen o di un campesino che sonnecchia fuori da la cantina. Alla brutalità solida, meccanica e greve delle forze dell’ordine, la resistenza oppone fluidità, capacità di insinuarsi negli interstizi, di disperdersi e ricompattarsi, di usare il raggiro e l’inganno ed assieme la forza della solidarietà fra reietti, una resistenza tutta sotterfugi, dileguamenti, trappole, fughe filanti in skateboard e corse saltando fra i tetti. Bob cerca di riagganciarsi al suo passato rivoluzionario, ma è sempre in continuo ritardo, arranca in affanno, con la vestaglia alla Lebonsky svolazzante nella notte di guerriglia che Anderson filma con spettacolarità ansiogena. In gag esilaranti dimentica i codici di comunicazione con i suoi vecchi compagni, scontrandosi contro l’ottusa burocrazia dei ribelli, cade dai tetti, è sbalzato da un’auto in corsa, inadeguato, stordito, paranoico, ma sempre disperatamente proteso nel tentativo di liberare la figlia, prigioniera di Lockjaw.

Rivolta e liberazione
La terza sezione di questa rincorsa epica è l’emancipazione di Willa, paradigmaticamente, coincidente con la perdita dell’innocenza, condizione necessaria  perché la ragazza possa ritrovare se stessa:  l’incontro/scontro con il suo vero padre (ok, l’avevano capito tutti dall’inizio, il colonnello Lockjaw) che vuole la sua morte per nascondere i suoi commerci carnali con una donna di colore che gli avrebbero precluso l’agognato ingresso nei Pionieri del Natale; la rivelazione che la madre non era solo un eroina, ma anche l’infame che aveva tradito i suoi compagni. Ma è proprio il travaglio di questi traumi dolorosi che permette a Willa- una sequenza speculare fra la prima e la seconda sezione, mitra spianato a sparare ne vuoto, lo esplicita – di riscoprire in sé la natura guerriera di Perfidia, la sua indignazione pugnace contro l’ingiustizia. In questo segmento narrativo Anderson si dimostra ancora una volta un maestro del wildscreen, sfruttando nel fulgore del Vistavision l’immensità del deserto dell’Arizona in totali abbacinanti, ma soprattutto concentrando il culmine dell’azione nella rivisitazione geniale di un topos degli action movie: l’inseguimento automobilistico. Con un occhio riconoscente alla lezione di Spielberg di Duel, si inventa una telecamera che “surfa” planando sulle alte onde d’asfalto che seguono in rettilinei infiniti le ondulazioni del terreno, con l’auto del killer che insegue Willa che appare e scompare nello specchietto retrovisore, a seconda delle diverse altezze dei dossi. È un po’ l’andamento di ciò che abbiamo visto finora: pur nell’opposizione manichea del sistema e dell’antisistema, pur nella malvagità caricaturale dei cattivi, non si può sperare di mantenere su due piani separati il male dal bene perché il male contamina dall’interno il bene, affascina e seduce, possa essere questo la violenza, l’orgasmo del dominio, l’egotismo narcisistico o solo anche l’accidia. Appare e scompare, ma sempre incombe alle spalle. Eppure, tutto, a partire dalla bizzarra stramberia dei nomi dei protagonisti e dei gruppi potrebbe anche sembrare come una sorta di gioco infantile che accomuna buoni e cattivi: Perfida Bevery Hills, Getto Pat, LockJaw (mascella serrata, che è la perenne espressione da paresi facciale del colonnello), Jungle Pussy, I pionieri del Natale o Le sorelle del prode castoro. Tutto è terribilmente serio, ma tutto è anche terribilmente buffo.
Anderson, ispirandosi per la stesura di questo film a Vineland Thomas Pynchon, compie un’operazione per certi aspetti opposta al suo precedente Vizio di Forma, sempre tratto da un romanzo del grande scrittore statunitense. Lì Anderson era stato, per quanto possibile, fedele al testo originario, aggrovigliando la narrazione in una serie di sottotrame divergenti in cui lo spettatore, ma forse lo stesso regista, ad un certo momento rischiano di perdersi, ma assieme restituendo anche la struggente atmosfera crepuscolare che permea quel testo; qui invece ha lavorato di accetta, sfrondando pesantemente l’eccedenza di temi, personaggi, situazioni che affollano un libro lussureggiante ed estenuante per cogliere l’essenziale nel problematico rapporto padre figlia e nella fascinazione perversa degli opposti che si attraggono. In più ha iniettato nel film, al ritmo travolgente di una colonna sonora al solito bellissima, fra il free jazz del piano dissonante di Greenwood e brani rock-pop degli anni ’70, una dirompente carica politica e rivoluzionaria, che non mancava nel testo originario, ma che era più diluita e sublimata nel pacifismo hippie della contro cultura anni ’60 (Frenesi Gates, il personaggio del romanzo di Pynchon che ispira Perfdia, non è una rivoluzionaria armata alla Angela Davis, ma una attivista del gruppo femminile 24fps che si era dato il compito non violento di documentare disordini e manifestazioni). Si è smarrito il fascino tutto pynchoniano per il dedalo delle digressioni, per il terreno minato delle virtualità baluginanti, anzi il film di Anderson appare, rispetto ad altre sue opere, fin troppo lineare, diretto, incalzante, una battaglia dopo l’altra, una sconfitta dopo l’altra, ma non si è smarrita l’ambivalenza feconda del romanzo, né la sua ironia.
Nel finale, questo sì più irenico e mainstream dell’inquietante conclusione di Vineland, Perfidia ricompare – non soltanto in una lettera lasciata alla figlia, che il padre aveva conservato per lei, momento un po’ troppo strappalacrime per il cuore di pietra del vostro umile recensore – ma nel nuovo impegno politico di Willa che si affretta a partecipare ad una manifestazione di protesta contro il sistema, assicurando il padre che “non starà attenta” a non mettersi nei pericoli.  E Bob se ne rimane solo sul divano, rassegnato, come la maggior parte dei padri, al fatto che la figlia è diventata grande, a giochicchiare con il suo nuovo smartphone. Segno che il vecchio rivoluzionario si è finalmente riappacificato con sé stesso e con il mondo o che, davanti al piccolo schermo, erede iper-potenziato di quella TV che inebetiva i thanatoidi nel romanzo di Pyntchon, si è, come noi, definitivamente rimbambito?

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