All We Imagine As Light

Un lungo carrello laterale nella notte di Mumbai filma ambulanti ai bordi della strada, le loro misere mercanzie esposte sui marciapiedi luridi. L’immagine è sporca, appena sfuocata. Il movimento della macchina è troppo veloce perché si possano fissare particolari, ma non abbastanza perché non si colga la miseria, ma anche la vita esuberante di questi mercati improvvisati. Poi, mentre le immagini si spostano sul turbine della città, sulle fiumane di persone che si intrecciano scomponendosi, sui serpenti dei treni e delle metropolitane che si insinuano fra palazzi corrosi e grattacieli avveniristici, il sonoro pulsante della folla e delle macchine si accavalla con voci fuori campo che narrano brandelli di storie di immigrazione dalla campagna alla città, di esistenze difficili e compresse, di alienazione e inaspettata allegria. Ricordi, impressioni, racconti di cui fatichiamo a comprendere l’inizio e la fine, tanto le une sembrano riversarsi sulle altre, fino a che lo scorrere delle immagini si fissa sul volto di una donna in una carrozza della metro, proprio quando una delle voci, forse proprio quella della donna, ci parla della necessità di abituarsi alla precarietà.

La cifra visiva della prima parte del film è già consegnata in queste immagini accalcate e veloci, trapuntate delle luci di enormi edifici nella notte e vibranti di un’umanità caotica negli esterni diurni dove la luce del giorno sembra risucchiata dal brulichio della vita, sempre mobile, sempre diversa, che respira nella grande città. Seppur senza i colori saturi, i piani sequenza e i tagli improvvisi di montaggio, le accelerazioni e i rallentamenti con cui Wong Kar Wai ha saputo filmare, in pellicole memorabili, Hong Kong e Buenos Aires (Chungking Express, Happy Together), c’è una somiglianza di famiglia fra il cinema del regista cinese e quello di Payal Kapadiya, un analoga capacità di cogliere nel flusso delle immagini il palpito metropolitano, non traducendolo in semplici istantanee documentarie, ma trasfigurandolo, quasi in senso espressionista ed assieme distillandovi un romanticismo sensuale e tenero. Tre storie si intrecciano in questo formicaio frenetico. Prabha, la donna del metro, è una persona seria, posata, schiva, lavora come infermiera in ospedale e vive con una giovane collega a cui ha affittato una camera, Anu, una ragazzina allegra e ribelle, incurante dei pettegolezzi sulla sua vita privata. Prabha è prigioniera del passato. Sposa di un estraneo, scelto per lei dalla famiglia, ha avuto pochissimo tempo per conoscere il marito che è emigrato in Germania e di lui, ormai da più di un anno, non riceve notizie. Prabha non sa neppure bene se ha mai amato quell’uomo a cui rimane pervicacemente fedele precludendosi ogni possibilità di nuovi affetti, anche perché nel ricordo e nella solitudine è cresciuto un sentimento incerto e doloroso, che ormai è l’unico suo tacito compagno nell’assenza. Anu è invece angustiata dal futuro. Dal villaggio natale i genitori insistono perché accetti di acconsentire ad un matrimonio combinato, ma lei ha già un amore appassionato e clandestino, Shiz, un ragazzo mussulmano che non potrebbe mai essere accettato dalla famiglia indù della giovane, con cui Anu cerca di ritagliarsi momenti di furtivo abbandono ai margini di una città troppo affollata e invasiva per concedere momenti di intimità a due ragazzi che non hanno nessun luogo dove trovarsi da soli a fare l’amore. Il terzo vertice di questo triangolo è infine Parvaty, un’amica più anziana di Prabha che lotta inutilmente per difendere l’appartamento fatiscente, in cui viveva con il marito scomparso, dalla minaccia di sfratto per mano di una compagnia di costruzioni che vuole demolire lo stabile per nuove speculazioni edilizie. Tre vite schiacciate da forze sociali e tradizioni oppressive che significativamente la regia lascia sempre fuori campo, quasi a sottolinearne, attraverso l’impersonalità, la loro presenza pervasiva, che non lascia vie di fuga. Soprattutto per le donne in India. Ma nello stesso tempo Kapadiya è attenta a non forzare le situazioni, a non tracimare nel melodramma, mantenendo un tono lieve, quasi minimalista. Non ci sono snodi drammatici, né fratture dirompenti, ma piccole disavventure, infrazioni inaspettate nella routine quotidiana che permettono però di cogliere con delicatezza tenue le sfumature dei sentimenti di perdita, smarrimento, sconforto. Un regalo inaspettato che giunge dalla Germania (un rimorso tardivo? uno squallido benservito?) risveglia l’angoscia e lo struggimento di Prabha in una bellissima sequenza notturna nell’appartamento della donna. O ancora la delusione affranta di Anu, che si era recata felice, seppur coperta da un cupo burka, nel quartiere di Shiz per potere godere di una notte d’amore, ma è bloccata da un contrattempo: il suo sfilarsi sconsolata il velo dal volto, mentre sullo sfondo sfrecciano le metropolitane è un’immagine che colpisce il cuore.

Poi il registro cambia, Prabha e Anu accompagnano Parvaty al suo villaggio natale, dove la donna ha deciso di trasferirsi dopo lo sfratto. La scelta di contrapporre la frenesia della città ai ritmi calmi e rilassati di una natura rigogliosa che si affaccia sul mare potrebbe sembrare troppo facile, ma in realtà ciò che interessa Kapadiya non è tanto la ricerca di un altro spazio, quanto di un tempo altro. Come era già accaduto anche nel convulso mondo della città quando le note dissonanti e cristalline del pianoforte di Emahoy Tsege Mariam Gebru, quasi un vetro infranto o una cascata sonora, del tutto incongrue rispetto alla scena ripresa, avevano scardinato la piatta e noiosa quotidianità di Anu nel suo servizio alla reception dell’ospedale, mentre lo schermo si accendeva con i messaggi del suo innamorato. In una grotta magica dove Anu e Shiz trovano l’amore e nell’incontro con Prabha con uno sconosciuto senza passato, salvato miracolosamente dal mare, ciò che interessa a Kapadiya è individuare un’incrinatura nella linearità del tempo compresso fra la pressione del passato, che è anche il peso delle tradizioni e delle convenzioni, e la minaccia di un futuro avverso. È quello che accade nella languida scena d’amore fra Anu e Shiz, filmata con la sensuale grazia di una antica stampa erotica indiana, quando il futuro incombente è fugato con gentilezza decisa. O nel dialogo, spaesante ed onirico, di Prabha con lo sconosciuto o forse, più ancora, con i fantasmi del suo passato da cui la donna ha il coraggio di prendere congedo. E quello che le donne riconquistano è la pienezza del presente, sedute assieme a Shiz in una notte fresca in riva all’oceano, fra le ghirlande colorate di un baretto sgarrupato mentre un ragazzino un po’ strano balla un rap sincopato e tutto, pur nel buio, si accende di luce. E se rimane qualche dubbio sulla valenza non solo poetica, ma anche politica di questa scena si può cercare il testo di quel rap di A-JIT: Nahi Manli Mi Haar (Non accetto la sconfitta).

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