Black Bag

C’era una parola magica quando una volta da bambini si giocava : “Bandus” (o “bandi” o “sbandus” a seconda delle tradizioni orali tramandate); un termine, se mai ce n’è stata uno, dall’eminente valore performativo che  creava una zona di immunità, sospendeva le regole del gioco che si stava svolgendo e contemporaneamente permetteva a chi lo proferiva di essere protetto da pericolose azioni offensive (almeno sulla carta, ovviamente ci si affidava al fairplay dei compagni di gioco). Qualcosa del genere pare sia ancora in vigore nei servizi segreti inglesi: Black bag è il termine convenzionale. C’è una richiesta troppo pressante o confidenziale: Black Bag e l’interlocutore sa che non può più procedere oltre. La cosa sembrerebbe particolarmente utile nei rapporti di coppia, come quello fra i due innamoratissimi e sofisticatissimi agenti dell’MI6 George Woodhouse (Michael Fassbender) e Kathrin St Jean (Cate Blanchett). Pensate come sarebbe pacificante poter rispondere a vostro marito che vi chiede ragione di un improvviso viaggio all’estero “Black Bag” e poi passare amabilmente a discettare sulle condizioni atmosferiche previste per il pomeriggio. Siccome si tratta di un film di spie, Steven Sonderberg e il suo sceneggiatore Davide Koepp ci mettono dentro tutti gli ingredienti del caso: un arma fine del mondo, capace di sconvolgere gli equilibri planetari, doppi giochi incrociati e insider celati nell’ombra, inglesi raffinati come i duchi del Devonshire, statunitensi scassoni e russi rozzi e infidi, tecnologie avveniristiche con satelliti che ti spiano fin dentro il cesso e droni killer e financo una macchina della verità che ricorda da vicino, sempre per rimanere in tema di giochi d’antan da bambini, il vecchio Lie Detector (per chi se lo ricorda quello con l’indizio “il sospetto portava un vestito pacchiano”). Certo come spy stories il film non direbbe granché: se nella prima metà della vicenda Koepp sparge a caso i tasselli della trama, cercando di confondere il più possibile gli spettatori con un lessico tecnico astruso e riferimenti a capocchia che sanno molto da supercazzola, nell’ultima parte è fin troppo sbrigativo nel tirare le fila del racconto, giungendo ad una conclusione che non importa neppure troppo definire scontata perché non è questo che interessa a Sonderberg, al suo sceneggiatore e ad uno spettatore appena un po’ smaliziato. Come per il vecchio, amato e mai dimenticato Sesso, Bugie e Videotape ciò che preme al regista americano è indagare, con il pretesto di una spy stories, sull’eterno rapporto fra verità e menzogna (in senso strettamente extra morale, ça va sans dire); riflettere sull’intreccio indissolubile di questi due termini e su come sia difficile se non ozioso o addirittura azzardato cercare di tracciare una demarcazione netta fra queste due dimensioni cangianti. Quando “diciamo” la verità, siamo certi di essere del tutto trasparenti, senza lasciare nel nostro discorso nessuna zona d’ombra? Quando pretendiamo la verità, siamo sicuri di volerla ascoltare fino in fondo? Ed ancora, al di là di situazioni che non interessano a nessuno (“the cat is in on the table”), come sceglere fra diverse versioni in campo dove la descrizione e la valutazione di un dato sono sempre irrimediabilmente aggrovigliate? Vecchia storia, direte voi, ma che Sonderberg riattualizza con una vena di ironica, leggera perfidia. Lo dimostra la sequenza più raffinata e riuscita del film, proprio nelle fasi iniziali della narrazione. George è venuto a sapere che c’è una talpa nell’MI6 in procinto di vendere un software micidiale al nemico. Ci sono 5 sospettati, fra cui sua moglie Kathrin, che però lui esclude immediatamente e senza grandi spiegazioni. George, che ha comunque la paranoia del controllo, tanto da aver smascherato nel passato il tradimento del suo stesso padre, invita a cena tutti i colleghi implicati – per l’occasione due coppie – solo che droga le loro pietanze per liberarli dalle inibizioni e cercare di carpire i loro segreti. Improbabile? Ok, non importa. Sonderberg sceglie un’illuminazione soffusa della scena, privilegiando i chiari scuri e i controluce delle lampade giallastre che creano coni d’ombra più che illuminare l’ambiente. Nella miglior tradizione del racconto giallo, l’atmosfera è inizialmente confidenziale e rilassata, ma si fa via via più tesa mentre dai fluidi piani sequenza iniziali si passa alle sincopi di continui ribaltamenti di campo che scelgono inquadrature inattese per sottolineare il progressivo scivolare nell’instabilità dei rapporti. Un già inizialmente poco innocente gioco di società si tramuta così in un gioco al massacro dove ciascuno, salvo i composti ospiti al riparo dalla droghe,  sviscerando verità riposte e vergognose, arriva a sbranare il suo vicino. In questo modo ognuno dei presenti, confidando sulla libera uscita del proprio super-io, rivela sull’altro, e di conseguenza su di sé, segreti innominabili, ma, nello stesso tempo cela, al riparo dell’autenticità sbandierata, un velo di inganno prudenziale. Tutti dicono le verità personali più scomode per coprire menzogne professionali più asettiche. E qualcosa di analogo si realizza poi nella sottile partita a scacchi che coinvolge la coppia, rigorosamente monogamica, dei due protagonisti, dove ognuno, mentre giura fedeltà reciproca e assoluta fino alla morte (non precisando però di chi), contemporaneamente spia e/o inganna l’altro in una raffinata tela di dissimulazione e simulazioni. Tutto però con il fine riposto e un po’ paternalistico di proteggere il partner, magari anche da se stesso. Forse Fassbender e soprattutto Blanchett (penalizzata da un doppiaggio imbarazzante) sono un po’ troppo algidi e manierati, in linea con le loro mise impeccabili, in questo minuetto di rivelazioni riluttanti e finzioni generose e perdono per strada nel loro aplomb freddo ambiguità e soprattutto autoironia, ma questo fa probabilmente parte del gioco. A Sondenberge pare non interessare troppo andare a fondo della questione: il film mantiene il tono di divertissement raffinato, ma in fondo innocuo, che, dopo aver scomodato temi ponderosi, preferisce rimanere sulla superficie della contraddizione, accennando e alludendo, per poi rifugiarsi cautamente negli schemi del genere, contrapponendo così allo squilibrio disorientante della prima sequenza corale, il colpo di scena telefonato e rassicurante di quella conclusiva, che la richiama in modo speculare. Poi nelle ultime scene d’affettuoso, erotico (e redditizio) idillio può rimanere il sospetto che per la realizzazione di una buona vita di coppia siano necessarie una diffidente fiducia reciproca ed una sincerità reticente. Bandus.

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