Klapisch dalla straordinaria fortuna de L’appartamento spagnolo ha sempre inseguito, possiamo immaginare sia per convinzione che per convenienza autoriale, lo stesso schema narrativo coniugando assieme la freschezza disinibita della giovinezza, di cui si vuole cogliere l’essenza sfuggente, al calore fraterno dei rapporti camerateschi che si stringono all’interno di gruppi generati per motivi casuali. Qui la novità, sulla carta interessante, è intrecciare questi temi su due piani temporali sfalsati lungo la narrazione e uniti dall’esile legame di una memoria perduta che, un po’ alla volta, attraverso frammenti sparsi di foto d’epoca, dipinti abbandonati e droghe sudamericane prende corpo. La costruzione di un grande centro commerciale con mega parcheggio (ça va san dire green) chiama in causa l’affollata progenie della remota proprietaria di una casa e di un terreno in Normandia, abbandonati da decenni, che devono essere acquistati da una società immobiliare per la realizzazione del progetto. Dal folto gruppo viene estratto un piccolo manipolo di personaggi (una manager con problemi di cuore, un giovane filmaker in crisi di identità, un professore prossimo alla pensione che sarà celebrata nel suo liceo come l’arrivo di una star del rock, in una scena involontariamente ridicola, e un fastidioso apicultore ambientalista) che deve occuparsi della gestione della faccenda. I quattro, che non si conoscevano, ma che sono presto accumunati da una simpatia ed una affiatamento spontanei, visitano il rudere, scoprendo misteriosi segreti e dando via al racconto parallelo delle vicende della loro antenata, la sperduta e ingenua Adele che nel 1895 si reca dalla casa in Normandia a Parigi in cerca delle sue origini, nel più tradizionale dei coming in age contrassegnato, anche qui, da rivelazioni che sarebbero sensazionali se non fossero scontate nell’impianto narrativo d’assieme. La regia, inizialmente, si diverte ad intessere assieme i due piani narrativi attraverso azzeccate connessioni di montaggio fra i due livelli temporali (la vista di vecchie foto e 24 ore di lavoro continuativo a montare servizi fotografici produce in un personaggio un sonno allucinatorio che apre la porta al racconto del passato, il transitare di Adele per un ponte sulla Senna durante la sua affannosa ricerca della madre per Parigi, si scambia con le riprese di un videoclip da parte di uno dei protagonisti sullo stesso luogo e così via), ma purtroppo Klapisch abbandona troppo presto questo gioco, lasciando spazio ad una semplice giustapposizione fra l’indagine dei parenti che cercano di ricostruire una storia unitaria dagli indizi dispersi della casa abbandonata (di chi sono le foto? Chi è l’autore del quadro impressionista di una giovane donna su un prato -lo avete già capito vero? inutile che ve lo dica.) e la ricerca di Adele dei propri genitori.
Il problema del film di Klapisch è che non si capisce bene fino a che punto il regista scherzi con l’ironia, fino a che punto prenda tutto su serio, sprofondando così in ingenuità imbarazzanti. La contrapposizione fra un passato in cui la modernità che viene è un incanto meraviglioso (le prime fotografie; l’illuminazione elettrica del quartiere dell’Opera vista come un prodigio dai protagonisti dall’alto di Montmartre), mentre nell’oggi è l’alienazione dei centri commerciali che minacciano le casette di campagna, degli smartphone sempre in funzione, dell’ansia di apparire dei social, avrebbe potuto essere un tema seducente, ma è trattata con una superficialità piuttosto disarmante che rischia di diluire il tutto nella scontata apologia del bel tempo andato. Idea rafforzata, se ce n’era bisogno, dal parallelismo che il regista crea fra due scene, l’una nel passato, l’altra nel presente, dove due personaggi, un vecchio carrettiere e l’apicultore, presentano l’eterno argomento (e luogo comune) dei tempi nuovi che incombono minacciosi, dove tutto è troppo veloce, caotico, incomprensibile. Se la narrazione si sviluppasse sul filo dell’autoironia di uno sguardo che si rivolge con affetto e nostalgia al passato, ma si rende conto dei cliché evocati e un po’ ci gioca, il tutto avrebbe potuto assumere il tono di una leggerezza divertita. Il problema è che temo che Klapisch ci creda veramente.
Certo, essendo un film di Klapish, ci sono sequenze gentili, un modo garbato di tratteggiare le relazioni fra i personaggi, soprattutto fra i giovani del passato (altro che i giovinastri d’oggi, verrebbe da dire) con un cast che mescola assieme vecchie glorie e giovani promesse (chissà se c’era un fondo di ironia nella scelta di Suzanne Lindon nella parte di Adele, di cui si scopriranno nel film gli illustri natali). C’è Cecile de France, sempre adorabile seppur con qualche anno in più rispetto al L’appartamento spagnolo, che riesce a trattenere le risa mentre la sceneggiatura le fa dire con serietà professionale: “Sì, dovrebbe essere un quadro della stagione impressionista” dopo la visione attenta e scrupolosa di un’opera che anche un passante digiuno d’arte e capitato lì per caso avrebbe potuto riconoscere come l’incarnazione smaccata dell’idea platonica dell’impressionismo. Ci sono belle incursioni nella Parigi d’antan dove la campagna, senza soluzione di continuità, si confonde con la città e c’è il modo accattivante con qui la grafica digitale ricostruisce i fondali della Parigi della Belle Époque senza inseguire una precisione filologica, ma evocando più l’immaginario di vecchie cartoline o vedute ingenue scovate in una bancarella di un bouquiniste. C’è perfino un finale delicato, con due novelli fidanzatini alla Raymond Peynet, la testa dell’uno appoggiata alla testa dell’altro di fronte alla magia dei colori materici delle ninfee di Monet, che è così scopertamente stucchevole da suscitare tutto un suo discreto fascino sentimentale. Ma chi ama il Klapisch touch deve anche armarsi di pazienza perché la storia stenta alquanto a decollare, il film non è che brilli per un ritmo serrato e i pipponi ecologisti di Vincent Macaigne, che vorrebbero apparire simpatici e anticonformisti, sono semplicemente didattici e noiosi.
Comunque, un consiglio spassionato: se volete fare un viaggio nella Parigi del passato, appostatevi sulla scalinata di Saint Etienne du Mont, vicino al Pantheon ad aspettare la Peugeot anni ’20 che vi porterà nella Festa Mobile di Midnight in Paris piuttosto che affidarvi alla ayahuasca del petulante apicultore.
