Ci vuole un po’ per riconoscere la figura della protagonista del film. All’inizio sono inquadrati solo particolari del suo corpo. La nuca, le spalle, le mani, le gambe e poi, solo alla fine, il volto. In modo analogo è attraverso frammenti sparsi che emerge un po’ alla volta il rimosso. Lo sfondo è una grottesca versione balcanica di Tinder, dove due frizzanti conduttrici in abitini leopardati tirano le fila di un improbabile Giochi senza frontiere che dovrebbe spingere coppie di sconosciuti a familiarizzare in modo piacevole e disinibito. Asja incontra Zoran, ma fin dalle prime battute qualcosa sembra non funzionare, un non detto sottende le banali risposte alle insulse domande del gioco. È possibile che il ricordo più brutto di una donna che durante l’assedio di Sarajevo aveva 15 anni fosse quello di dispettucci subiti a scuola? E così quello che avrebbe dovuto essere un passatempo per ingannare la noia di una mezza età incombente si trasforma nell’incontro con l’orrore del passato. Un passato che non passa, un passato di una guerra fratricida che deve essere dimenticato per continuare a vivere, che per convenzione sociale è non detto, ma che, appena se ne offre l’occasione, riaffiora con tutto il suo carico di ordinaria angoscia. Si tratta di un tema ricorrente per il cinema bosniaco, spesso trattato con tinte forti e sapori aspri, ma qui il lavoro della regia è tanto controllato quanto incisivo: appoggiandosi sull’espressività dolente dei suoi protagonisti, calibrando con misura ansia, sofferenza, disgusto e humor si dipana la trama di un riconoscimento che non è solo quello di Asja con il suo carnefice, ma di un intero paese con i suoi spettri. L’irrevocabile è il rimorso per il male fatto e il rancore per il male subito. Nulla vale cercare di dimenticare, nulla serve rinchiudersi nella superficie vacua del presente. Il film della Mitrvska ci suggerisce però che ci può essere una via d’uscita: solo l’atto gratuito, il dono immeritato e insperato del perdono può infrangere il circuito dell’odio. E ha il gran merito di farlo senza enfasi, con pudore e delicatezza, con la grazia leggera di un goffo e tenero abbraccio.
