Otec (Fhater)

Quaranta minuti di grande cinema. Un unico piano sequenza che segue l’avvio di una giornata banale in una famiglia qualsiasi. Le informazioni sugli impegni e le piccole incombenze della giornata lanciate da marito e moglie mentre si affrettano per andare al lavoro. La loro adorabile bambina che si attarda nei giochi e viene trascinata di peso dai genitori in auto per andare all’asilo. Il padre che monta un nuovo seggiolino per la piccola sul sedile posteriore e poi si avvia con lei verso la scuola d’infanzia, cantando assieme alla bimba una canzoncina stupida. E poi la giornata lavorativa dell’uomo, un importante meeting di lavoro, le preoccupazioni per le difficili condizioni finanziare dell’azienda, ma anche i video della piccola guardati con grande tenerezza al pc durante la pausa pranzo. Il tutto assolutamente normale, ma attraversato, in virtù della concitazione dei movimenti di macchina, della insistenza dei primi piani, dell’attenzione concentrata su dettagli che nella loro insignificanza risultano gravidi di premonizione, da un’ansia strisciante che esplode, proprio quando sembrava spegnersi, in una tragedia assoluta. La forza di questa prima parte è di essere puramente descrittiva. Non ci spiega nulla, non ci fa vedere nulla di più di quello che appare sullo schermo, ma in questo modo ci dice tutto.
Poi il film, pur mantenendo la stessa struttura narrativa affidata alla predominanza dei piani sequenza, densi di primissimi piani, cerca di entrare nel cuore insondabile del dolore infinito di un padre che deve sopportare l’insopportabile: non solo la perdita dell’unica figlia adorata, un esserino fragile e prezioso, ma anche la consapevolezza devastante di esserne il responsabile diretto. Non si può biasimare la regista Teresa Nvotva di aver maggiormente stentato in questa seconda, terribile, sezione del film. Qualche responsabilità c’è però nell’aver spinto surrettiziamente lo spettatore ad aderire ad una possibile spiegazione – facendo vedere direttamente quanto il padre della bambina crede, ingannevolmente, di aver visto e azzerando perciò il tasso di ambiguità sulla questione; una spiegazione che, se dal punto di vista legale può risultare soddisfacente, è del tutto superficiale in relazione alla profondità impenetrabile del dramma. Oppure nell’aver sbrigativamente risolto alcune figure centrali, come quella della madre.
Ma sono aspetti problematici, scelte discutibili, che possono però trovare coerenza e giustificazione in un film impegnato soprattutto nel tentativo di  suscitare una adesione empatica con l’afflizione senza fondo di un uomo, colpevole di un crimine immediatamente considerato da tutti noi, quando ci capita di leggere distrattamente un caso simile sui giornali, turpe e ignobile come il suo responsabile. Un film che, pur con i suoi limiti, rimane un’opera coraggiosa, ottimamente recitato e girato con maturità e maestria da una regista slovacca, di cui sentiremo di sicuro ancora parlare.

Lascia un commento