Che emozione! Che emozione rivedere nella prima inquadratura di Silent Friend il bel volto di Tony Leung con la stessa dolcezza un po’ sorniona, un po’ svogliata di Hong Kong Express, mentre l’inquietudine malinconica di In the mood for love si è stemperata in un quieto disincanto. Quell’immagine vale la pazienza di seguire un film misterioso, dilatato, di una lentezza vegetale, bellissimo se si riesce ad entrarci in sintonia, come quello dell’ungherese Ildikó Enyedi (notevole il suo Corpo e anima). Tre storie apparentemente scollegate si intrecciano in un montaggio fluido. Un neuroscienziato di Hong Kong, confinato in un orto botanico durante la pandemia con la sola relazioni di uno scorbutico custode e di una adorabile francesina, botanica, collegata in zoom, che è un amore con i grandi occhiali con la montatura di tartaruga (indovinate chi è?); un ragazzo di campagna che frequenta l’università di Marburgo in Germania negli anni della contestazione e sorveglia il geranio di un amica, con cui ha perso per timidezza l’occasione della sua vita (o forse no?), insegnando alla pianta ad aprire il cancello del giardino; la prima donna ammessa (dopo un esame umiliante – ma che umilia più i professori babbioni e pruriginosi che l’intrepida candidata- che è una delle cose più belle del film) alla facoltà di botanica nei primi del ‘900. Ciascuno dei protagonisti con tecniche e modalità diversa cerca di entrare in comunicazione con l’imperturbabile mondo vegetale, ma più che lastre di vetro impressionate da contorni di luce cristallizzata, incomprensibili linee frastagliate in una sorta di sismografo e caleidoscopi di effetti digitali in uno schermo di un computer, nessuno dei protagonisti ottiene, se non silenzio. Ma è proprio questo silenzio che Enyedi vuole farci abitare con le avvolgenti ed estenuanti riprese che convergono, nel combinarsi dei diversi percorsi, verso un enorme Ginkgo Biloba che è il vero protagonista muto dell’opera di Enyedi, filmato nelle tre modalità che caratterizzano le differenti epoche: un bianco e nero appannato, la grana tattile e la nostalgia coloratissima del 16 mm, il fulgore del digitale. Un silenzio carico di vita, di connessioni ramificate per cui l’individualità nel mondo vegetale è un idea vuota e anche di qualcosa che è simile al sesso. Lea (e non ci può non essere una divertita ironia) invia per posta lo sperma maschile del Ginkgo perché Leung e il custode, riconciliati tramite l’app di traduzione automatica (a loro funziona, a me mai), possano impollinare la pianta, aspettando l’erezione del seme. Una vitalità che per noi si sta estinguendo (la metafora del covid è palese) in un mondo in cui le connessioni umane sono sempre più mediate da strumentazioni digitali. Ma forse, anche l’idea del silenzioso mondo verde che ci circonda, impassibile, ma presumibilmente felice è solo un pretesto per altro. Riprendendo un concetto che il professore interpretato da Leung richiama in una sua lezione all’inizio della pellicola, è come se la regista volesse con il suo film, attraverso l’intreccio casuale delle sue storie e l’insistenza ipnotica sui particolari visibili e invisibili del mondo vegetale, distaccarci da una percezione concentrata e finalizzata alla azione, quel tipo di approccio con cui operiamo quotidianamente nel mondo. La modalità di percezione che utilizziamo nella vita di ogni giorno e che adoperiamo abitualmente anche per seguire un racconto e veder un film deve come spegnersi perché se ne possa dischiudere un’altra: più diffusa, imprecisa, inconcludente, ma assieme più aperta e duttile. Simile a quella di un neonato o forse delle piante stesse.
Vasto programma avrebbe detto qualcuno…