“Unde malum?” Lasciamo per il momento a Leibniz questa questione, che sarà anche la domanda a cui cercherà di rispondere nel film di Di Costanzo il prof. Alaoui, criminologo impegnato nell’indagine sulle cause profonde di crimini efferati, per un consiglio spassionato. Se proprio decidete di commettere un omicidio vi consiglierei la Svizzera piuttosto, che so, della Turchia (cfr. Il Muro di Serif Gören) o della Costa d’Avorio (cfr. La nuit de trois rois, di Philippe Lacôte). Se vi va male, potete sempre sperare di finire in un carcere modello che sembra un resort, spartano, ma confortevole e tranquillo, immerso con i suoi bungalow nella pace dei boschi. Qui sta scontando vent’anni di pena Elisa per l’omicidio spietato della sorella, rapita, poi strangolata ed infine bruciata, sorte che aveva cercato di riservare anche alla madre, prima di essere arrestata. La donna ha già scontato metà della pena, non accampa pretese di innocenza, ma è afflitta da una condizione di amnesia selettiva che ha cancellato o reso confuso il ricordo del crimine commesso e sembra quindi essere il soggetto ideale per partecipare a degli incontri con il prof. Alaoui, noto criminologo, che sta studiando nel carcere la storia e la psicologia di alcuni detenuti. Anche se non c’è nulla da scoprire, perché conosciamo fin dall’inizio le responsabilità di Elisa, la brutalità dei delitti commessi dalla donna potrebbero aprire lo spazio, se non proprio ad un grandguignol, ad un racconto dalle tinte forti, carico di tensione, ma la scommessa di Di Costanzo sta invece nell’operare in costante sottrazione, lasciando per lo più fuori campo la crudezza degli eventi e focalizzando l’attenzione dello spettatore sul progressivo percorso di presa di coscienza di Elisa, affidando solo all’interpretazione intensa, sofferente, ma sempre controllata di una bravissima Barbara Ronchi e alla pacatezza ferma del suo interlocutore (ottimo anche Rochdy Zem nella parte di Alaoui) il compito di dettare tempi e modalità dell’evoluzione drammatica della vicenda, imperniata sui colloqui fra il professore e la detenuta che vengono, mano a mano che lo scavo nella psicologia della donna procede, intervallati con flashback della vita precedente di Elisa, sempre più precisi e circostanziati. La fotografia, volutamente un po’ spenta nei toni e nei colori di Luca Bigazzi, si uniforma al mood generale, lento e ponderato, del film, concentrandosi, oltre che sull’espressività dei volti, sul contrasto, ma assieme sul richiamo, fra i luoghi in cui si svolge la vicenda: lo spazio racchiuso, quasi in penombra, della bella sala in legno dei colloqui e le prospettive più ampie, ma sempre delimitate da un orizzonte ristretto del carcere nel bosco, quasi a voler sottolineare un mondo bloccato, serrato in se stesso che non è tanto la prigione, quanto l’animo di Elisa. La pellicola corrisponde allo stile sobrio, quasi austero del suo autore e potrebbe rilevarsi a tratti frustrante proprio per il suo procedere inerte, anticlimax, ma il film emana anche un fascino silenzioso che lascia trapelare le ambizioni del regista napoletano. La prospettiva generale in cui si muove l’opera Di Costanzo, ispirata dal lavoro di due importanti criminologi come Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, più che fissarsi sul rapporto fra legge/crimine/punizione pone a tema la centralità della relazione tra vittime/autori del crimine/comunità. L’ottica di riferimento è quella di una giustizia riparativa, tesa nel compito di promuovere nel colpevole l’assunzione di responsabilità dei propri atti, primo passo per potersi poi situare in un orizzonte di riparazione, l’unico capace di favorire una sua compiuta reintegrazione nella comunità. Riconoscimento sincero della colpa e perdono sono le azioni complementari che questa operazione difficile, problematica, senza garanzie, cerca di raggiungere, obiettivi sicuramente ambiziosi, ma che sono ritenuti condizioni imprescindibili per ottenere un reale superamento di quella frattura del tessuto sociale che il crimine ha provocato. Seppur il film di Di Costanzo non si presenti come un lavoro a tesi, volto ad avvalorare una posizione concettuale preconcetta, è chiaro che il regista si identifica con lo sguardo analitico, ma comprensivo del criminologo. Dal suo lavoro, di fatto, terapeutico con Elisa emerge un contesto ansioso di pressioni familiari che avevano compresso la ragazza, richiudendola in una gabbia di responsabilità asfissianti. L’esigenza di dimostrarsi sempre all’altezza delle aspettative dei propri cari, che le avevano affidato la direzione dell’azienda di famiglia, e l’angoscia di non saper corrispondere alle attese, la scarsa considerazione della madre nelle sue capacità e la paura che risultassero evidenti le sue responsabilità nel fallimento dell’attività, causato soprattutto dagli imprudenti progetti del fratello che la donna non era stata però capace di arginare, proprio a causa della sua insicurezza, erano state per Elisa le sbarre di un carcere molto più opprimente e soffocante della prigione del bosco, da cui aveva cercato di fuggire precipitando in un gorgo di menzogne e violenza. Elisa era sempre stata imprigionata: prima dagli obblighi insostenibili imposti dalla famiglia, poi dalle sue stesse azioni che dalle iniziali bugie la risucchiarono verso il crimine ed infine dalla rimozione inconscia che le impedisce di accettare e riconoscere fino in fondo la profondità del male che la abita. Il carcere vero e proprio, in questo senso, è solo un limbo, una condizione interlocutoria, probabilmente un rifugio. Elisa sconta la sua pena con passività remissiva, ma la detenzione non produce in lei nessun reale cambiamento, in assenza di un lavoro, ben più difficile e doloroso, di rielaborazione.
Di Costanzo non è però così ingenuo dal farci credere che questa via possa essere comunque risolutiva e indolore. Proprio come contro-voce rispetto alla posizone del criminologo è presente nel film la figura di una madre (Valeria Golino) che segue i corsi del prof. Alaoui cercando di trovare risposte alla sofferenza insopportabile per l’assassinio del figlio, ammazzato quasi per gioco da una banda di balordi, risposte che le spiegazioni filosofiche e sociologiche del professore non riescono certo ad offrire. L’origine del male rimane oscura, il suo prodursi – al di là delle giustificazioni più o meno convincenti – presenta un tasso di gratuità comunque insopportabile se non attraverso un atto, altrettanto gratuito, che è quello del perdono. La giustizia riparativa implicherebbe infatti anche l’intervento e la collaborazione consapevole, nel processo attivo di riparazione, delle vittime, e questo, come dimostra la condanna inappellabile della madre e del fratello di Elisa – solo il padre le è rimasto vicino – è forse ancora più difficile da conseguire dell’assunzione di responsabilità del colpevole.
E se non c’è perdono, carcere o non carcere, è probabile che Elisa dovrà convivere ancora a lungo con i suoi demoni.