Tre amiche

Il cinema di Emmanuel Mouret, leggero e soave, nasconde spesso degli interrogativi profondi, che rinviano alle matrici della poetica del regista francese, dalle parti del conte philosophique settecentesco (pensiamo alla dichiarazione esplicita di Mademoiselle de Joncquières) e della grande stagione dei moralisti francesi del ‘600, con un occhio al cinema di Rohmer e di Allen da un lato e dall’altro alla commedia brillante e raffinata di Marivaux. In questo caso la domanda che ci pone implicitamente Mouret è se in amore (ma anche nell’amicizia) paghi di più la sincerità spassionata o la dissimulazione responsabile, la fedeltà integrale alla purezza dei propri sentimenti che non accetta compromessi o la finzione assenata, che agisce secondo il calcolo utilitaristico della relazione giudiziosa fra il maggior grado di bene relativo ottenibile e il minor grado di dispiacere possibile. Joan, che ha il volto insieme ordinario ma intenso ed espressivo di India Hair, è lacerata perché si è accorta di non essere più innamorata di Victor (Vincent Macaigne, che sta diventando l’alter-ego del regista da quando Mouret ha deciso di non recitare più nei suoi film), e non riesce ad adattarsi ad una relazione basata solo sulla stima e l’affetto che sono ancora molto forti nei confronti del marito, perdutamente ed inutilmente innamorato della donna. Al contrario Alice (una sempre luminosa Camille Cottin) teorizza che l’amore deve essere separato dalla passione. La passione è un turbamento adolescenziale, fa perdere il sonno, fomenta la gelosia, scatena angoscia con il semplice vantaggio di un turbinio di farfalle nello stomaco. La relazione che Alice ha con il suo Enric (Gregoir Ludig, egoista e farfallone comme il faut) è invece matura, si fonda sui pilastri saldi dell’abitudine e di una complicità navigata e rinuncia volentieri ai picchi vertiginosi del trasporto amoroso, per una solidità senza rischi. Peccato che intanto Eric intrattenga una relazione con Rebecca (Sara Forestier, solare e diretta), la terza amica del gruppo, la più ingenua e irrealizzata, che insegue oscillando fra illusione e disincanto il grande amore. Ma qui siamo già avanti in questo girotondo di amicizia e amore che si ispira neppure troppo celatamente alla straordinaria lezione di Hanna e le sue sorelle di Allen. La narrazione era stata introdotta in modo sorprendente, ma discreto, da una voce fuori campo che, sfruttando lo stratagemma di Viale del tramonto, aveva insinuato la prospettiva spettrale di un personaggio ormai defunto. Da questo punto di vista forzatamente esterno, privilegiato e onnisciente, eravamo stati avvicinati per gradi al cuore della vicenda, incamminandoci per dei luoghi deserti, che sarebbero poi stati abitati, nel corso del film, dal movimento ondivago dei protagonisti. Già un primo indizio ci viene dalla musica extra-diegetica che accompagna questa promenade fra le istantanee di una Lione minore e decentrata di parchi, ponti e viali. Mouret è uno dei registi che utilizza in modo più raffinato il mix di composizioni espressamente scritte per i suoi film (in questo caso quelle di Benjamin Esdraffo) e di brani classici, con una capacità ponderata di sottolineare, alludere, rilanciare e trattenere, attraverso la musica l’impasto di stati d’animo che l’immagine e i dialoghi evocano. Il rondó dalla sonata n.8 di Beethoven che avvolge le prime scene è brillante e cristallino come le musiche mozartiane che aleggiano nel precedente delizioso Cronique d’une liaison passegère, ma assieme trattiene al suo interno una nota di invincibile malinconia, che accompagnerà per tutto il film il volto della bella e semplice Joan. Questo è in fondo un merito, ma anche, per certi aspetti, un limite di quest’ultimo film del regista francese che tratteggia con la consueta grazia le complicazioni impreviste dell’amore, ma accentua di più il versante patetico, soprattutto nelle derive fantastiche che la narrazione si concede,  mentre l’antidoto  dell’ironia, concentrato nel gioco delle simmetrie delle coppie e delle situazioni (gli spasimanti contrapposti, uno comprensivo, fedele e scialbo, l’altro affascinante, divertente e inaffidabile di Joan, i tradimenti complementari di Eric e Alice, le occasioni sprecate e riacquistate di Rebecca) è sempre piacevole, ma forse più prevedibile che in altre occasioni. L’amour, toujours l’amour, ma, ormai seguendo la filmografia di Mouret, si deve aver capito che l’amore per il regista francese è assieme reagente e laboratorio di sperimentazione per indagare le sfumature dell’animo umano, testare le possibili combinazioni delle emozioni nello spettro che relaziona, ai poli opposti, passione e ragione, sorprendere nel fluire dei sentimenti le apparentemente impercettibili variazioni che producono nel loro combinarsi effetti a cascata. La messa in scena è attenta, apparentemente svagata nel giostrare delle situazioni, ma precisa e preziosa nella tessitura degli intrecci e, come accade spesso nel cinema del regista francese, nella combinazione fra il movimento dei personaggi e il comprimersi e dilatarsi degli spazi. Alcune svolte significative nel rapporto fra i personaggi sono costruite all’interno di piani sequenza che spezzano la connessione del dialogo dei protagonisti, isolandoli in luoghi separati da stipiti, angoli, stanze fuori campo, mentre – come nel caso della confessione di Joan a Victoir della fine dell’amore – si approfondisce la loro distanza emotiva. In altre situazioni l’uso di carrellate improvvise e di panoramiche semicircolari che vengono a scoprire luoghi riposti svela, proprio in combinazioni spaziali analoghe alle precedenti, nuovi sentimenti che sbocciano.
Alla fine, come era prevedibile, non c’è una risposta all’interrogativo di partenza, se non che è difficile decidere in anticipo, pianificare con sicurezza le proprie scelte, adeguarsi ad un modello di comportamento sperando che ci preservi dagli imprevisti e dagli azzardi della vita. Destino e karma sono sempre in agguato per scombinare e rimescolare le carte della nostra esistenza. Il ruolo della casualità non è circoscrivibile e controllabile e dobbiamo rassegnarci (o rallegrarci, a seconda dei punti di vista) della precarietà della nostra condizione. Certo una felicità, seppur complicata, come suggerisce il titolo di un libro scritto da uno dei protagonisti, appare un obiettivo troppo ambizioso per i personaggi del film, più ragionevole per loro, ed in fondo anche per noi, è accontentarsi di ciò che ci può concedere, nella migliore delle ipotesi, la vita: amori provvisori, teneri affetti, serena tristezza.

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