La sala professori

L’economista tedesco Albert Hirschman aveva elaborato in un suo vecchio testo, Le retoriche dell’intransigenza, un concetto che forse può essere un utile bussola per orientarci nell’universo torbido del film di Ilker Çatak, Perversione degli effetti: un soggetto agisce sulla base di una volontà chiara, per raggiungere determinati obiettivi, ma le sue azioni producono, contro le sue intenzioni, degli effetti opposti a quelli ricercati. Teniamone conto.

Carla (Leonie Benesch, formidabile interpretazione la sua, composta, ma intensissima) è una giovane docente di matematica ed educazione fisica di origine polacca in una scuola secondaria tedesca. Il suo idealismo un po’ naïf cozza contro l’inerzia, la disillusione, il malcelato cinismo dei colleghi più anziani. La scuola si vorrebbe rigorosa e inflessibile, ispirata ai principi di retta condotta e onestà reciproca– il refrain che la preside ripete come un disco rotto è l’esigenza di una “tolleranza zero” nei confronti di ogni trasgressione rispetto le norme comuni – quindi risulta particolarmente irritante l’epidemia di piccoli furti che serpeggia per l’istituto. Per risolvere la situazione i colleghi di Carla non vanno tanto per il sottile: cercano di favorire la delazione anonima fra i giovani studenti, avallando con tacita complicità impliciti atteggiamenti cripto-razzisti. Un blitz nella classe di Carla, con un umiliante perquisizione degli alunni, porta ad individuare un presunto colpevole – un ragazzino d’origine turca – ma gli indizi sono labili e facilmente smontati dai genitori dello studente. L’inchiesta abortisce in un fiasco imbarazzante, senza però fugare tutti i dubbi, ma ingenerando al contrario un clima di sospetto e di diffidenza reciproca. Carla, disgustata da questi metodi, allertata da alcuni comportamenti poco trasparenti di colleghi, si improvvisa detective, e cerca di fare giustizia da sé, ordendo in modo ingenuo e maldestro una trappola per il possibile ladro: lascia il suo portafoglio incustodito come esca davanti alla telecamera accesa del suo pc scatenando però in questo modo una cascata di conseguenze imprevedibili e nefaste. Le immagini, per altro incomplete e poco definite, sembrano comunque indicare in maniera sufficientemente chiara le responsabilità di una componente della segreteria che, con enorme stupore di Carla, nega però ogni addebito, accusa la professoressa e la scuola (non senza ragione) di comportamenti scorretti e aberranti, si erge a vittima sacrificale e fomenta indirettamente contro Carla il risentimento del figlio, Oskar, un ragazzino introverso e di una intelligenza inquietante, con cui Carla aveva stretto un rapporto particolare.

Il film di Ilker Çatak è molto più che un film sull’istituzione scolastica, ma, tanto per cominciare, entra come una lama nel burro all’interno della contraddizione fra quella che è la funzione manifesta della scuola, porre al centro del processo educativo lo studente, formare in modo libero e creativo la personalità dei giovani, permettendo loro di sviluppare appieno le loro potenzialità, e la sua ragione latente: riprodurre e perpetrare una certa forma di organizzazione sociale e l’adesione ad un  determinato sistema di valori, premiando surrettiziamente comportamenti conformisti. Carla è un’ottima insegnante, umana e disponibile, anche se non esente da un certo paternalismo condiscendente nei confronti dei suoi allievi e da un pregiudizio progressista sulla loro naturale “bontà”. Attenta ai loro bisogni, equanime nei suoi giudizi, cerca di fare in modo che i suoi studenti non apprendano meccanicamente la sua materia, li stimola a pensare in modo autonomo e critico, vuole iniziarli alla rigorosità del ragionamento logico, privo di pregiudizi, per cui, date delle premesse certe, si può giungere attraverso una serie di passaggi evidenti a necessarie dimostrazioni. Peccato che poi nella vita nulla segua questo ordine cristallino. Gli sforzi che Carla compie per applicare questi principi sono fallimentari, come dimostra il suo goffo tentativo di incastrare il colpevole. Ma la prospettiva di Çatak è più ampia, come evidenzia anche la sua regia sottolineando, in un crescendo di tensione, il montare contemporaneo dell’ansia e della dissoluzione appena percettibile dell’ordine, con riprese sempre più nervose e l’uso concitato della steadycam che insegue la protagonista per i corridoi della scuola, organizzati secondo impeccabili geometrie e segnati da accentuati chiaroscuri;  l’azione è quasi braccata dal groviglio di violini stridenti della colonna sonora, mentre le inquadrature giocano sull’alternanza delle visioni dall’interno dell’istituto verso l’esterno e viceversa attraverso le grandi superfici vetrate della scuola che suggeriscono non tanto una apertura, quanto un richiudersi su se stesso, ermetico della istituzione. Nel mondo claustrofobico della scuola di Carla, dove si svolge interamente la vicenda, ogni situazione ed ogni atteggiamento risulta ambiguo, indefinibile, incerto. Ad onta della fiducia nell’agire razionale di Carla, le prove più evidenti per dimostrare un assunto possono essere facilmente rovesciate o comunque non appaiono mai conclusive in modo stringente. Tutto può essere ribaltato: Carla da paladina esemplare e specchiata della giustizia si trasforma agli occhi dei genitori e di molti colleghi e studenti in una bieca manipolatrice, da accusatrice a colpevole nel momento stesso in cui la principale sospettata appare un innocente perseguitata ingiustamente, senza che poi la sceneggiatura offra indicazioni dirimenti per risolvere la trama. Anche se la vicenda assume a poco a poco le movenze di un thriller, ciò che sembra interessare maggiormente a Çatak, non è svilupparne la progressione, aggrovigliando ad arte le piste per poi dipanarle nella risoluzione dell’intreccio, ma sorprendere le situazioni di anomia generate dal venire meno dei principi solitamente riconosciuti di autorevolezza all’interno di una istituzione, mettendo così in luce come queste situazioni di stress scatenino dinamiche di aggressione del branco nei confronti di chi, nello stravolgimento dei rapporti di forza, risulta più debole. È quello che Carla deve scontare sulla propria pelle nel corso di una infuocata riunione con i genitori dei suoi alunni o ancora di più in un interrogatorio stringente e dichiaratamente provocatorio che l’insegnante deve subire all’interno della redazione del giornale scolastico. La sequenza è a suo modo sconvolgente e istruttiva: una banda di stronzetti che Çatak caratterizza con un look  alternativo così scontato da sembrare quasi una divisa, inquisisce con disprezzo, dall’alto di una irreprensibile coscienza woke, l’insegnante nel più classico dei processi sommari, dove la condanna è già implicita nell’atto di accusa, nel nome di un ribellismo stucchevole e conformista, mentre in modo dichiaratamente sarcastico su uno dei muri della aula capeggia la scritta: “Veritas omnia vincula vincit”. Che poi è proprio l’esatto opposto di quello che accade nel microcosmo evocato da Çatak, dove, costantemente, sono sempre la reciproca diffidenza e i reciproci pregiudizi a prevalere. Siamo molto distanti dalle rassicuranti atmosfere di film “scolastici” come L’attimo fuggente o il recente The holdovers, pellicole che, proprio nel momento in cui denunciano le rigidità dell’istituzione scolastica, levano però confortanti peana nei confronti delle capacità maieutiche di un genuino e sincero rapporto formativo fra maestro e discepolo. Un algido nichilismo informa invece la vicenda raccontata da Çatak: anche le migliori intenzioni, stritolate all’interno dei meccanismi dell’istituzione scolastica, ma forse anche, e questa l’ipotesi più  inquietante, entrando in corto circuito con una strutturale incapacità di comprendersi degli attori in gioco, rischiano di produrre effetti perversi in una condizione all’interno di cui diventa impossibile discernere l’esatta natura delle cose proprio perché, come appare in modo evidente nel finale aperto, il senso di ogni situazione può essere rovesciabile. La soluzione dell’enigma del cubo di Rubik da parte di Oskar potrebbe essere il riconoscimento di un legame profondo, ancora presente, con la sua insegnante, ovvero un definitivo gesto di sfida, mentre ancora più straniante appare la sequenza conclusiva che filma, con le movenze beffarde di un trionfo, il triste e definitivo fallimento della missione dell’istituzione scolastica.

 

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