Il cinema si già confrontato con la tragedia degli attentati del novembre del 2015, portando l’attenzione soprattutto sul travaglio dei sopravvissuti (Un anno una notte, Ce soir-là et les jours d’après, Revoir Paris) o, in modo più indiretto e velato, accennando all’atmosfera di ansia ed assieme di perdita dell’innocenza che quel dramma collettivo aveva provocato in Francia (Ma nuit). Con November, si sceglie un’altra prospettiva, verrebbe da dire più consolatoria, concentrando il fuoco sulla affannata ricerca dei terroristi superstiti da parte delle forze dell’ordine francesi, impegnate in una gigantesca caccia all’uomo per evitare il ripetersi di nuovi devastanti attacchi. Fin dalla prime scene, che sembrano ricalcare un prologo di un film di James Bond, con un antefatto frenetico e violento che si svolge ad Atene, quando i servizi segreti cercano di catturare un sospetto terrorista che poi sarà una delle menti degli attentati di Parigi, Cédric Jimenez mette le carte in tavola. Il taglio che il regista dà allo sviluppo della vicenda, condensata nei 5 giorni successivi all’attacco al Bataclan, mescola assieme con efficacia una secchezza documentaristica e la rapidità nervosa del cinema d’azione e, sfruttando l’esperienza e il carisma di un attore come Dujardin, cerca di trovare un equilibrio fra la concitazione di un montaggio che assume ritmi via, via frenetici e la accuratezza della ricostruzione dei diversi complessi passaggi che porteranno all’identificazione e all’eliminazione dei terroristi. Nonostante la solida documentazione su cui si basa l’opera di Jimenez non è detto che questa difficile operazione di bilanciamento riesca. Nomi, luoghi, situazioni si accavallano e non c’è tempo per approfondire e chiarire gli snodi investigativi (e spesso per lo spettatore di comprenderli) ma quello che si perde in coerenza logica, si acquista in incisività narrativa. In fin dei conti la finalità di Jimenez non era quella di ricostruire in modo dettagliato tutti i tasselli di un puzzle, ma trasmettere il senso di frustrazione, ansia, tensione emotiva che aveva accompagnato le indagini; la corsa contro il tempo per individuare, dal caos iniziale trasmesso con potenza icastica da una sala controlli dove tutti i telefoni iniziano a squillare all’unisono la notte dell’attentato, delle piste di ricerca efficaci. Se proprio vogliamo cercarli, i limiti del film si trovano invece in altri aspetti. Nonostante la brutalità spettacolare di alcune scene, come quelle del lungo assalto finale al covo dei terroristi, c’è un pudore trattenuto della regia nei confronti della tragicità della vicenda. Il confronto, ad esempio, con il dramma dei sopravvissuti è appena accennato, quel tanto necessario per ottenere alcune informazioni essenziali allo sviluppo dell’intreccio e la concentrazione professionale degli investigatori sui loro compiti, la necessità di non farsi distrarre, ma di stringere i tempi, tende a far sfumare ogni dimensione emotiva che non rinvii direttamente alla palpitazione della caccia. Solo che la sceneggiatura, a questo punto, trovandosi nella necessità di assegnare un minimo di spessore psicologico ai personaggi per mantenersi nei contorni della fiction, sia affida a scelte un po’ convenzionali nella descrizione dei protagonisti e delle situazioni topiche, con il ripresentarsi piuttosto prevedibile di alcuni luoghi comuni del genere, ad esempio, la comprensibile rabbia del investigatore capo che non regge alle provocazioni di un sospetto, l’intraprendenza indisciplinata della giovane poliziotta ( molto carina) (Anaïs Demounstier), che, ritenendo di aver trovato una pista promettente, scartata a priori dai superiori, avvia una sua indagine personale, l’eterna suspence alla Notorius della poliziotta (molto carina), che rischia di essere scoperta mentre sta effettuando di nascosto un sopralluogo in casa di sospetti, la frustrazione della poliziotta (molto carina, sempre lei) per essere riuscita a portare a termine l’indagine, tradendo però, per colpa dei superiori e della gretta burocrazia, la fiducia di una testimone chiave. Non si vuole qui negare la veridicità di certi passaggi, che magari ricalcano vicende reali, ma il modo in cui sono narrate, i tempi scelti per il loro inserimento nello sviluppo della vicenda, sembra corrispondere ad un canovaccio già risaputo. Il risultato è un film vibrante, spettacolare, a suo modo avvincente, ma che rischia di apparire asettico, tanto che, ad un certo punto, ci si potrebbe anche dimenticare lo sfondo tragico della vicenda, mentre al volto di Dujardin potrebbe sovrapporsi in dissolvenza quello di Bruce Willis o Clint Eastwood in qualche altro violento, drammatico, impeccabile action movie americano. E nello spazio sgombro, sterilizzato dai sentimenti, rischia di infilarsi, come nelle ultime scene, la retorica.
