Dietro la piccola vicenda che ci mostra Umberto Pasolini si nasconde un interrogativo paralizzante. Che cosa accade dopo la morte alle persone che ci sono care? (Per quanto riguarda direttamente il nostro io, il problema, a ben vedere, non è poi così interessante.) Rimane solo il loro corpo, senza vita, ma non c’è più nulla, molto semplicemente, non ci sono più? Oppure sono ancora tutto intorno a noi, nell’aria che respiriamo, nel sapore dell’uva che ci piace tanto, nella pioggia che ci bagna? E possiamo parlare loro come se fossero dentro noi stessi anche se la loro risposta è muta?
Michael è un bambino un po’ troppo serio per i suoi 4 anni, il papà, un rude e dolce giovane uomo della working class, gli prepara la colazione, lo accompagna a scuola, gli passa i capelli con un pettine fine a caccia di pidocchi, gli fa il bagnetto mentre lui lava diligentemente il suo camion (a Michael piacciono i camion e i velociraptor) e poi, assieme ad una signorina che tiene per mano il bambino, lo porta a visitare diverse famiglie. Ci sono i buoni borghesi posh in barbour, con la villa in campagna, i cani e i frutteti; il postino con la moglie in sovrappeso nel retro di una casa a schiera uguale a tante altre; la madre single e anche una sinistra famiglia Adams con il padre che gioca con il treno elettrico e presta (dietro ricevuta di ritorno) un coniglietto pervinca al bambino. Per inciso, quasi fosse un’informazione di contorno, si accenna al fatto che John, il padre di Michael, è un malato terminale e sta cercando una famiglia che possa adottare il bambino dopo la sua morte, dato che la mamma è sparita da anni.
Umberto Pasolini ha alcuni grandi meriti. Per prima cosa, rinuncia a raccontare una storia. Non vediamo il dialogo penoso fra un medico imbarazzato e John, che, annichilito dalla notizia, realizza che il figlio resterà solo e sarà condannato alla trafila di affidi e orfanatrofi che lui stesso ha dovuto subire. C’è appena qualche fugace accenno alla malattia che incombe, non vediamo ospedali, né la flebo della chemio, non ci sono quei discorsi commemorativi al funerale tanto cari al cinema inglese. Tutto è sommesso, in sottraendo, e se forse c’è un limite nella regia di Pasolini è di non avere avuto fino in fondo fiducia dei suoi mezzi espressivi, sentendo il bisogno, a volte, di appoggiarsi ad una colonna sonora forse un po’ troppo enfaticamente minimalista, che nulla aggiunge a ciò che stiamo vedendo sullo schermo: solo una porzione di vita, riprodotta nel modo più sobrio e trattenuto possibile, con un’attenzione più alle emozioni che alla vicenda. Questa scelta permette a Pasolini di non doversi preoccupare troppo di sottolineare un’evoluzione, che pur inavvertitamente avviene, nell’atteggiamento dei personaggi e nei loro sentimenti. Aiutato da due interpreti bravissimi (molto bravo James Norton – adesso può tranquillamente dedicarsi al prossimo James Bond – addirittura inquietante il bambino, Daniel Lamont, per la sua capacità di esprimere la tristezza composta di un bimbo che ha già capito tutto), Pasolini coglie il momento in cui tutto è già accaduto – la devastante notizia, la comprensibile disperazione, la sua razionalizzazione- nell’attesa del tutto che sta per accadere: la scelta, l’abbandono, la morte. E riesce nel compito difficilissimo di filmare in modo semplice le cose semplici: la quotidianità del rapporto fra padre e figlio, i loro dialoghi, i loro giochi, il modo in cui camminano sincronizzati, lo stesso cappellino da baseball e lo stesso cono gelato. Ma anche la rabbia controllata del padre che, in uno dei rari momenti di sconforto, piglia a calci la sua auto, rabbia che si riflette negli sporadici capricci del figlio, trincerato con il suo camion sotto un tavolo, scontento e deluso dal mondo. La specularità di queste scene è indice di quella sollecitudine sottile con cui l’uno si prende cura dell’altro. Per tutto il film, vediamo John preoccupato di preservare Michael dal dolore, angosciato dalla responsabilità della scelta, dalle conseguenze che potrebbe avere per la vita futura del figlio, ma, nello stesso tempo, in modo meno ovvio, più sfumato, ma proprio per questo più toccante, Michael cerca di proteggere il padre, di indirizzarlo, seppur con muta e inconsapevole saggezza, nella scelta terribile che deve compiere. E così nel volto triste, ma non disperato di Michael su cui si conclude con un fermo immagine il film, non c’è ancora un addio, ma forse la risposta più semplice al quesito da cui eravamo partiti: le nostre due opzioni iniziali non sono alternative, ma si vivono assieme, nella solitudine di un’unica malinconica esperienza.
