Quando nei lontani anni ’60 si leggevano le avventure di Nembo Kid (Superman era di là da venire) il piacere che si provava era direttamente proporzionale alle frustrazioni che un bambino, in epoca pre-liberazione dei costumi, doveva sopportare. Obbedienza agli ordini più irragionevoli (ad esempio: a che pro mangiare carne e verdura al posto di pizza e bignè?) aule scolastiche come carceri, sonno a comando il pomeriggio, quando il sole era alto nel cielo, tempi sadici di attesa fra il pranzo e il bagno in mare, per non parlare degli aneddoti splatter che circolavano a dottrina cristiana dove bambini angelici venivano proditoriamente assaliti loro malgrado da “cattivi pensieri” (ma qualcuno che poi spiegasse cosa mai fossero questi cattivi pensieri, no, vero?), immantinente li cascava un coppo in testa, trapassavano e filavano per direttissima nel calderone più bollente dell’inferno perché non avevano fatto a tempo a confessarsi. Poi finalmente sbucava fuori questo ragazzone in tutina aderente, calzamaglia e mantello che gliela faceva vedere a tutti. Spianava montagne, perforava la terra da parte a parte o con una spintarella la spostava dal suo asse, andava così veloce da correre indietro nel tempo per riparare ingiustizie e torti prima ancora che venissero compiuti, vedeva attraverso i muri e sentiva bisbigli a distanze siderali e un’esplosione atomica gli faceva bau. Certo, poi sbucavano fuori dei cattivoni che non se la cavano male neppure loro quanto a super-poteri, a volte davano filo da torcere all’uomo d’acciaio, ma nell’economia di una ventina di pagine di avventura, si trattava di poche vignette. Poi tutto tornava in ordine e lo strapotere di Nembo Kid polverizzava le avversità. Era come se l’illusione di onnipotenza del narcisismo primario del bambino potesse finalmente trovare, almeno per interposta persona, soddisfazione. Ma il Superman di James Gunn è troppo politically correct per corrispondere ai sacrosanti desideri di un bambino vessato dall’arrogante mondo degli adulti. Il potere e la forza nel mondo woke, che deve scontare tutte le colpe dell’Occidente dall’assassinio di Abele in giù, sono malvagi per definizione e quindi Superman, fin dalla prima sequenza, le prende di santa ragione, neppure fosse un bambino indifeso, bullizzato a scuola da una banda di teppistelli. E in effetti un po’ bullizzato lo è perché, nonostante cerchi di proteggere i deboli, una nazione di poveri straccioni para-beduini che abitano in un deserto alquanto inospitale assaliti da perfidi invasori guidati da un presidente che parla con un “velato” accento russo, infidi bot sui social hanno orchestrato una campagna diffamatoria per fomentare l’astio contro Superman, l’alieno, immigrato “clandestino” da un altro pianeta.
Ora, va tutto bene. Buchi nell’iperspazio che tagliano a metà la terra, mostri alti montagne con cui Superman combatte più attento a non causare danni collaterali neppure ad uno scoiattolo piuttosto che ad annientarli, fiumi di protoni e ultra eroi clonati da un capello. Va bene Superman e Luisa Lane che si amano, ma non hanno mai detto “Ti amo”. Va bene anche Kripto, il cane di Superman che è un evidente plagio da Milou di Tintín e il cattivissimo Luthor che combatte contro Superman urlando come un esagitato “A4, M12, G7…” neanche stesse giocando a battaglia navale. Ma l’ingenuità del sotto testo a cui allude il racconto raffazzonato di James Gunn è troppo pacchiana e greve anche per un pubblico capace di confondere nel planisfero la Russia con la Boravia e Jarhanpur con la Palestina. Se dobbiamo far affidamento a prodotti come il Superman di Gunn per veicolare sotto traccia messaggi libertari, possiamo aspettarci Trump e i suoi accoliti per i prossimi decenni. O forse no. Il fatto che l’ultratrumpiana Fox abbia attaccato il film di Gunn perché lo considera un insidioso nemico dell’America Maga ci dà qualche speranza. Certo è che l’idiozia regna sovrana.
