True Mother

Non penso che molti lo abbiano visto e non credo neppure che dopo questa mia si accalchino le folle per divellere le saracinesche dei cinema pretendendo una proiezione immediata, ma tant’è, devo pure giustificare quest’assegno a cinque zeri che Zuckerberg mi stacca ogni settimana per queste noterelle.
Un incidente apparentemente insignificante apre il racconto: un compagno d’asilo accusa il piccolo Asato d’averlo spinto, procurandogli una brutta caduta, ma il bambino nega ogni addebito e la madre, Satoko, pressata dall’insistenza petulante della mamma dell’infortunato, non sa se credere al figlio. È un impercettibile segnale di incertezza nel placido e sereno scorrere della vita della famiglia di Sakoto, che inaugura il percorso narrativo della pellicola di Naomi Kawase il cui centro drammatico si colloca in una scena, ripresa due volte nel corso della narrazione, che, per la sua essenzialità secca ed assieme la sua tensione emotiva, potrebbe giustificare la visione del film. Una giovane donna, capelli arruffati quasi a nascondere il volto, una sgargiante giacca gialla, è ripresa di spalle di fronte ad una coppia di eleganti borghesi che la guardano stupiti, ma assieme anche fermi e risoluti. Dovrebbe essere la scena di un ricatto, ma non c’è determinazione, né spregiudicatezza nella ragazza che avanza la richiesta. Quello che traspare nelle sue parole, e ancora più nella sua postura, sono insicurezza e vergogna.
A partire da questa scena si costruisce il chiasmo di due vicende speculari, intrecciate fra loro attorno al tema del desiderio di maternità e del timore per le responsabilità che questa scelta impone. Da un lato si svolge la storia della coppia Satoko e Kiyozaku che, non riuscendo ad avere figli, dopo aver affrontato le fasi alterne della speranza, dello sconforto, della rassegnazione, riesce ad adottare, grazie all’intermediazione di una associazione di supporto per le ragazze madri, Asato, figlio di una giovanissima studentessa delle medie. Dall’altro il racconto di come Hikari, così si chiamava la ragazza, ha avuto, 5 anni prima di quell’incontro centrale, il bambino. L’ingenua scoperta dell’amore con un compagno di scuola, lo smarrimento per la gravidanza inattesa, le pressioni e l’insensibilità della famiglia della giovane che la costringono ad abbandonare il bambino, il tenero e spontaneo affetto per il figlio che Hikari non potrà tenere per sé, la fuga da casa, il lento degrado. Ed infine si ritorna alla situazione di partenza: quella stanza semplice e sobria come può essere un interno giapponese con l’unico addobbo delle foto del piccolo Asato. I due genitori adottivi ed una ragazza che ora riconosciamo. Hikari, la madre biologica del piccolo, rivuole indietro il figlio o, in cambio, con insospettabile cinismo, del denaro per non rivelare alla scuola, ai vicini, e anche al piccolo Asato che Satoko e Kiyozaku non sono i suoi veri genitori.
La regista è molto brava, nel confronto fra le due riprese della stessa scena, a scardinare le nostre aspettative e le nostre convinzioni e rendere la complessità di una trama di situazioni e sentimenti che ci impedisce di proferire giudizi netti, di emettere a cuor leggero condanne o assoluzioni. Il problema è quello che ci sta in mezzo. Certo, la dilatazione dei tempi, il contrappunto fra le vicende umane e l’immensità della natura madre accogliente è parte integrante dell’estetica di Kawase, ma in questo caso la cifra stilistica assume una ridondanza che rischia di schiacciare lo sviluppo della narrazione. Ammettiamo che il racconto della vicenda dell’amore adolescenziale di Hikari possa essere filmata, quasi in una sorta di soggettiva psicologica, con gli occhi di una ragazzina innamorata e quindi si può anche sopportare il profluvio di tramonti, controluce, rami fioriti di pesco, luccichii sulle onde increspate del mare e riprese circolari dal basso verso l’alto di alberi fruscianti che neanche Terence Malik nella “Sottile linea rossa”. Solo che questi effetti poi traboccano come melassa dal contenitore originale e si spandono su tutto il film rimanente, dipingendo uno sfondo di sentimentalismo, più calligrafico che sdolcinato, bisogna riconoscere, di cui la vicenda non sentiva comunque bisogno. Se poi si aggiunge che i ripetuti controluce devono aver offuscato la vista della regista, che evidentemente si perde le ultime pagine della sceneggiatura, precipitando in un happy end del tutto incongruente rispetto a quello che avevamo visto prima, arriviamo ad un esito finale che non risponde certo alle promettenti aspettative iniziali. Ok, potrete anche dire che il vostro umile recensore ha il cuore di pietra, che non coglie i sottili rinvii fra le onde del mare e il liquido amniotico da cui emergiamo alla vita (il titolo originale suonava “Arriva il mattino”), ma se ho un rimpianto è per come proprio l’insistenza su questi rimandi simbolici diluisca e offuschi l’ottima interpretazione delle due madri, entrambi vere, soprattutto della giovane Aju Makita che rende con ugual misura la freschezza ingenua dell’adolescenza, il suo smarrimento, la sua volontà di ribellione, il suo bisogno desolato d’affetto.

Lascia un commento