Un’inquadratura rasente riprende solo due gambe affusolate che terminano in pesanti anfibi ed un trolley spinto verso l’uscita dell’aeroporto JFK di New York. La scelta degli squadrati Dr. Martens potrebbe essere dovuta alla necessità di mascherare le caviglie di Dakota Johnson che, ci verrà detto in seguito essere grosse, cosa di cui, sinceramente, dubitiamo. Poi la donna sale in taxi diretta nella notte verso New York. E in effetti, durante l’interminabile viaggio la ragazza, oltremodo cortese e disponibile e un tassista, tanto indiscreto quanto impiccione, parleranno a ruota libera dell’ingerenza sempre più pervasiva della tecnologia nelle nostre vite, dell’amore, del sesso, della famiglia, della difficoltà di crescere e di quella di invecchiare, dell’angoscia dell’esistere e delle scelte che siamo costantemente costretti a prendere senza garanzie, della solitudine e del bisogno degli altri. E per inciso anche delle dimensioni, per esigenze di copione, non esili delle caviglie del personaggio interpretato da Dakota Johnson. Tutto racchiuso nell’abitacolo del taxi, il film di Christy Hall ha un avvio intrigante, assemblando in un montaggio fluido i volti dei due protagonisti, quasi mai ripresi direttamente ma riflessi da specchi e finestrini, inquadrature oblique del taxi giallo, luci cangianti di segnali e lampioni che si rifrangono e si mescolano nella penombra dell’interno dell’auto con il chiarore bianco dello schermo del cellulare che vibra per i messaggi, mentre, pur scontando l’inopportuna invadenza dello scafato autista, la conversazione galleggia banale nel buio. Siamo ancora in un punto in cui molte possibilità sono aperte e lo spettatore può immaginarsi esiti diversi dalla tensione angosciante di Locke di Steven Knitght, ai dialoghi reticenti e malinconici di Drive my car di Hamaguchi, al gioco al massacro di Interview di Steve Bushemi (lì si era in un appartamento, non in un’auto, ok, ma come claustrofobia non si scherzava). Niente di tutto questo, purtroppo. Contando su un ingorgo che blocca definitivamente la macchina, il tassista si libera dall’orpello della guida e girandosi verso la sua passeggera può dare libero sfogo alla sua vena di psicoanalista da bar, immancabilmente laureato all’università della vita, sciorinando una serie di luoghi comuni piuttosto grevi sull’essenza delle relazioni uomo-donna. Il bello è che ci azzecca anche, cogliendo nel vivo la penosa situazione della ragazza. Apparentemente favorita dall’arresto del traffico, anche la regia, a questo punto, si ritiene esentata dall’inventarsi qualcosa di più del campo controcampo a cui, per lo più, si riduce la conversazione fra i due. L’approfondimento della relazione, lo scavo dei personaggi, la sincerità partecipata della situazione avrebbe dovuto supplire alla rigidità della messa in scena. Purtroppo, solo nelle intenzioni. C’è da dire che Sean Penn e Dakota Johnson ce la mettono tutta per dare credibilità ad un dialogo che dovrebbe acquisire via, via più spessore e intimità, ma, per i temi triti e i cliché evocati che annaspano dalle parti del complesso di Elettra, risulta invece, quanto meno nella scrittura, sempre più artefatto. Non osiamo pensare dove sarebbe naufragata la sceneggiatura di Hall senza la sensibilità gentile di Dakota Johnson e la guascona tenerezza di Sean Penn che, in ogni caso, evitano che la noia prevalga. Oltre alle ottime interpretazioni dei due attori, che sembrano divertirsi molto nell’occasione (beati loro), Hall avrebbe avuto anche un’altra freccia al suo arco. Assieme ai due dialoganti, una terza persona è presente, almeno virtualmente, nell’abitacolo dell’auto, l’amante della ragazza, il famoso pappino (Daddio) del titolo, che tempesta la donna di messaggi piccanti e richieste indecenti, che stridono con la serietà sofferta della pseudo seduta psicanalitica che si tiene nella vettura. Forse le sequenze migliori del film sono quelle che riprendono il gioco di sguardi fra Dakota Johnson, che controlla impacciata il cellulare, indecisa se lasciarsi andare al gioco erotico con il compagno o continuare la dolorosa conversazione, e il tassista che spia la sua passeggera dallo specchietto retrovisore, per una volta discreto e attento a non forzare la sincerità della donna. Ma sono spunti poco sfruttati: c’è da dire che Hall non sa molto che farsene delle situazioni sospese, dello spazio ambiguo del fraintendimento, delle nuance del non detto. Già nelle prime sequenze c’era stata una chiara dichiarazione di intenti. Parlando del suo lavoro di programmatrice, la ragazza aveva sintetizzato il funzionamento del codice binario dei computer in un’alternanza di input vero/falso. A quanto pare niente sfumature. Ed è questo il linguaggio che scelgono i protagonisti del film: che cosa è, se non la persistente, foucaultiana “volontà di sapere” quella che muove il tassista maieuta: sviscerare, mettere a nudo, scoprire la verità dietro le apparenze, permettere alla sua paziente (perché in effetti si deve presupporre che la passeggera sia molto paziente a sopportare il fuoco di fila di domande e insinuazioni a cui è sottoposta) di scoprire ‘veramente’ ciò che manteneva celato a sé stessa? Complice certamente la situazione. Si può pensare che le condizioni di un ambiente ermetico dove due sconosciuti sono costretti a convivere per lo spazio di qualche ora, con la certezza di mai più rincontrarsi in seguito, possa favorire il reciproco aprirsi all’azzardo di una comunicazione scoperta e senza filtri. Ora, anche sorvolando sull’ipoteca sartriana delle “Porte chiuse”, che suggeriscono, più che la collaborazione empatica, il dilaniamento reciproco, le stesse condizioni di partenza potrebbero favorire però esiti opposti. Proprio in quanto racchiusi in una situazione irripetibile, priva di ogni sviluppo futuro, perché non creare, mescolando immaginazione e realtà, verità e finzione, mondi paralleli, conpossibili: giocare con la curiosità dell’altro e magari esserne giocati, coinvolgendo nel girotondo anche le aspettative dello spettatore, stuzzicandole per poi dopo frustrarle? Immaginiamo, per un attimo, che la ragazza, davanti l’inquisizione sfacciata del tassista, si fosse inventata tutto, una storia plausibile, ma irreale, che magari prendeva forma dalle iterazioni dei messaggi o da frammenti di realtà, un po’ come le fantastiche ricostruzioni di Keyser Söze nei Soliti Sospetti. Quale miglior occasione di farsi beffe della morbosità petulante del suo interlocutore, mascherata da buoni sentimenti e dell’implicito imperativo all’autenticità che ammorba lo Zeitgeist. Certo, difficilmente la critica avrebbe potuto, in questo caso, salutare il film come “un inno alla conversazione, alle emozioni, alle relazioni umane”. Ma forse sarebbe stato più divertente.

Ah, l’università della vita….!
ne conosco certi che millantano anche diversi master all’università della vita…